Sabato 22 e domenica 23 novembre 2025 si è tenuto ad Atene un evento internazionalista dal titolo “Timely messages of the October Revolution in our contemporary struggle for socialism under conditions of imperialist war” organizzato dal Partito Comunista di Grecia (KKE) per commemorare il 108° anniversario della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre. Di seguito è riportato il contributo presentato dal Fronte Comunista durante l’evento.
Cari compagni,
a nome dei militanti del Fronte Comunista d’Italia, desidero porgere i nostri calorosi saluti a tutti i partiti che partecipano a questo evento internazionalista e ringraziare il Partito Comunista di Grecia per averlo organizzato.
Centootto anni fa, la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre aprì una nuova era per l’umanità: l’era delle rivoluzioni proletarie e della transizione al socialismo. È l’era in cui viviamo oggi, nonostante la temporanea vittoria della controrivoluzione e la restaurazione del capitalismo nell’ex URSS. Quest’ultima è stata, naturalmente, di un serio colpo per l’intero Movimento Comunista Internazionale, che ha perduto un solido punto di riferimento e di sostegno alle lotte per la liberazione dell’umanità dallo sfruttamento e dalle guerre capitalistici, ma non è stata una sconfitta definitiva, la “fine della storia”, come sperava la borghesia mondiale. Abbiamo perso una battaglia, ma non la guerra tra le classi. Il futuro di presunti benessere e prosperità promessi dal capitalismo si è rivelato una successione di crisi cicliche, un crescente impoverimento del proletariato e degli strati popolari, una crescita del numero e dell’intensità dei conflitti armati, una pericolosa devastazione climatica e ambientale. Il capitalismo ha esaurito la propria funzione storica ed è diventato un fattore di distruzione delle forze produttive e del pianeta, rivelando la propria natura parassitaria e marcescente. Per questo, oggi più che mai, per salvare l’umanità dal rischio di essere trascinata in una barbarie ancora più profonda, è necessario sviluppare la lotta di classe e rafforzare la militanza comunista attraverso lo studio dell’esperienza della Rivoluzione d’Ottobre, traendone insegnamenti cruciali.
Naturalmente, non dobbiamo considerare la Rivoluzione d’Ottobre, e più in generale il marxismo-leninismo, un manuale di istruzioni da cui provare a ricavare ricette valide per tutte le occasioni. Al contrario: il nostro approccio deve essere creativo, scientifico e non dogmatico, come fu Lenin nei confronti del marxismo. Allo stesso tempo, dobbiamo respingere e combattere tutte le teorie revisioniste e opportuniste, come quelle del cosiddetto “socialismo del 21° secolo”, delle “vie nazionali al socialismo” e del “socialismo con caratteristiche nazionali”. Con il pretesto di “storicizzare”, “modernizzare” o considerare particolarismi etnico-culturali, in realtà tali teorie negano le leggi generali della rivoluzione e della costruzione del socialismo, basate sulla dittatura del proletariato, la socializzazione dei mezzi di produzione e la pianificazione scientifica centralizzata. Inoltre, la Rivoluzione d’Ottobre ci ha insegnato che la rivoluzione proletaria deve essere orientata al socialismo e non perseguire fasi intermedie “nazional-democratiche”. Lenin identificò il rovesciamento dell’autocrazia come l’obiettivo primario in una data fase storica, ma non per favorire l’instaurazione di una repubblica borghese, bensì per preparare le condizioni per l’insurrezione e l’instaurazione della dittatura del proletariato, come dimostrò la breve durata del governo provvisorio di Kerenskij.
Gli odierni riformisti e apologeti del capitalismo sostengono che il concetto di rivoluzione socialista è obsoleto, in quanto la classe operaia sarebbe una minoranza o in via di estinzione. Innanzitutto questa affermazione è falsa, poiché non tiene conto del fatto che i nuovi profili professionali proletari, che derivano dalle nuove funzioni della produzione di beni e servizi, si aggiungono alla tradizionale classe operaia industriale, per non parlare dei falsi lavoratori autonomi, che sono in realtà proletari privi di tutele sindacali. Ciò significa che la classe operaia non sta scomparendo, ma si sta trasformando di pari passo con il progresso tecnologico. In secondo luogo, la rivoluzione socialista non dipende dal numero dei proletari, ma dalla capacità della classe operaia di svolgere una funzione egemonica sugli altri strati della società, di ottenere il loro consenso e di coinvolgerli in un progetto rivoluzionario. Naturalmente, ciò è possibile solo grazie al ruolo guida del Partito Comunista come avanguardia organizzata della classe. Lenin e i bolscevichi capirono che il capitalismo in Russia aveva raggiunto il suo stadio finale imperialista, quello più vicino al socialismo, e che esistevano le condizioni qualitative, oggettive e soggettive affinché il proletariato diventasse la classe dirigente e dominante, anche se la classe operaia industriale era una minoranza rispetto alla popolazione complessiva della Russia. In terzo luogo, il capitalismo non è riformabile e, al termine del suo ciclo storico, il suo declino è un processo oggettivo che può essere fermato solo dal suo rovesciamento rivoluzionario, al fine di evitare ciò che Marx chiamava “la nuova barbarie”, ossia “la comune rovina delle classi in lotta”.
Lenin e i bolscevichi furono in grado di comprendere quali erano la vera volontà e le reali necessità delle masse popolari russe e di collegare le loro rivendicazioni di base per “pace e pane” alla trasformazione rivoluzionaria della società, senza cedere né al minimalismo, né al massimalismo. Oggi più che mai dobbiamo acquisire questa capacità di connettere gli obiettivi minimi immediati volti a migliorare le condizioni della classe operaia all’obiettivo del rovesciamento rivoluzionario del capitalismo e del potere borghese, combinando e bilanciando l’attività legale e quella illegale, così come dobbiamo acquisire la capacità dei bolscevichi di cogliere il momento storico giusto per l’azione politica giusta, quando un istante prima può essere troppo presto e un instante dopo può essere troppo tardi.
La tattica di Lenin e dei bolscevichi nei confronti delle istituzioni elettive borghesi e la lotta parlamentare è molto illuminante. Respingendo sia le posizioni estremiste di coloro che rifiutavano qualsiasi partecipazione alle elezioni e ai parlamenti borghesi, sia le posizioni socialdemocratiche e opportuniste che sostenevano l’integrazione nelle istituzioni borghesi, incluse quelle governative, i bolscevichi, quando esistevano le condizioni, utilizzavano le assemblee parlamentari come tribuna e strumento per indagare sulle politiche borghesi. La loro partecipazione era diretta a paralizzarle dall’interno in favore di un’istituzione elettiva proletaria alternativa: il Soviet. Ottenendo la maggioranza nei soviet, i bolscevichi furono in grado di creare una situazione di dualismo di potere quando gli strati superiori non erano più in grado di vivere come per il passato e gli strati inferiori non volevano più vivere come per il passato: la condizione generale principale per la rivoluzione.
Contrariamente a quanto sostiene la teoria opportunista delle “vie pacifiche al socialismo”, la storia non mostra esempi di rivoluzioni “pacifiche”. Se la classe emergente non conquista il potere attraverso azioni violente, non necessariamente armate, la vecchia classe in declino proverà a opporsi ai cambiamenti attraverso mezzi violenti. L’osservazione del ripetersi di questo fatto nella storia portò Marx ad affermare che “La violenza è la levatrice di ogni vecchia società gravida di una nuova”. Pertanto, la classe emergente deve essere pronta e capace di combattere e sconfiggere la resistenza della vecchia classe distruggendo interamente ogni residuo del suo potere. La Rivoluzione d’Ottobre ha dimostrato nella pratica che la conquista formale del potere non è sufficiente. Per conservarlo e per avviare la costruzione del socialismo, il proletariato e il suo Partito non possono “conquistare” lo Stato borghese, né con elezioni, né con altri metodi, ma devono distruggerlo radicalmente e sostituirlo con lo stato operaio, ossia con la dittatura del proletariato. La questione della conquista del potere e dell’instaurazione della dittatura del proletariato deve essere il punto centrale qualificante del programma politico di ogni Partito Comunista degno di questo nome. L’esperienza pratica della Rivoluzione d’Ottobre e dello Stato che ne è derivato dimostra che la dittatura del proletariato è la forma più alta di democrazia, in quanto rappresenta il dominio politico e legale della maggioranza degli sfruttati sulla minoranza degli sfruttatori. Nel suo organo principale, il Soviet, i poteri legislativo ed esecutivo erano fusi in modo che chi prendeva le decisioni fosse anche responsabile per la loro attuazione. Inoltre, i delegati eletti degli operai, dei contadini e dei soldati non divennero una casta di politici professionisti privilegiati separata dalla loro classe di origine, ma continuavano a svolgere i propri normali compiti lavorativi, fatta eccezione per le sessioni plenarie del Soviet. La democrazia sovietica dei consigli nata dalla Rivoluzione d’Ottobre è un esempio ineguagliato di organizzazione dello Stato proletario che conserva la sua attualità anche oggi.
Gli apologeti del capitalismo e della democrazia borghese, tra cui vanno annoverati i socialdemocratici e i revisionisti, criticano la democrazia sovietica a causa del suo sistema monopartitico. Analizziamo brevemente questo aspetto. Oggi, nella maggior parte dei paesi capitalisti considerati “democratici”, i partiti sono comitati elettorali o gruppi di pressione di settori appartenenti alla stessa classe borghese. Il diritto alla rappresentanza attiva e passiva del proletariato e dei suoi partiti è di fatto negato attraverso soglie elettorali elevate e l’obbligo di raccogliere un numero impossibile di firme. È questa la causa principale dell’aumento dell’astensionismo. In altri paesi capitalisti dove esiste anche il pluralismo partitico, i partiti comunisti e operai sono semplicemente fuorilegge e messi al bando. La democrazia borghese è solo formale e, se la osserviamo da un punto di vista di classe, mostra di essere nient’altro che l’aspra dittatura del capitale. Possiamo dunque affermare correttamente che il multipartitismo non è un indicatore di democrazia. Ciò che conta nella democrazia sovietica non è il numero di partiti, ma il sistema decisionale basato sulla partecipazione attiva del proletariato attraverso il meccanismo della delega per mandato e la sua revocabilità da parte degli elettori, nonché il crescente numero di funzioni pubbliche che precedentemente erano appannaggio dello Stato borghese e che vengono affidate a organizzazioni sociali come forme di autogoverno dei produttori anche prima dell’estinzione dello Stato. Il successo dello sviluppo dell’economia socialista pianificata centralmente dipende anche dal corretto rapporto reciproco tra società politica e società civile.
Parlando dello sviluppo dell’economia socialista dopo la Rivoluzione d’Ottobre, dobbiamo dire che la NEP non ha nulla a che vedere con le teorie del “socialismo di mercato”. Innanzitutto la NEP consentiva la proprietà privata solo nelle piccole e medie imprese industriali e nell’agricoltura, mentre le grandi imprese strategiche, le banche e il commercio estero rimanevano saldamente nelle mani dello Stato sovietico. Oggi non è questo il caso in Cina, dove tutte le grandi aziende strategiche sono società per azioni, alcune delle quali interamente private, dove anche le banche sono società per azioni e dove il commercio estero non è un monopolio statale. In secondo luogo, Lenin considerava la NEP un passo indietro forzato volto a favorire il processo di accumulazione e la ripresa di un’economia distrutta da quattro anni di guerra e cinque anni di guerra civile. Al contrario, il “socialismo di mercato” considera la proprietà privata dei mezzi di produzione una componente di base dell’economia “socialista”. È un dato di fatto che, alla fine della NEP, la piena socializzazione dei mezzi di produzione, la collettivizzazione dell’agricoltura e la pianificazione centralizzata consentirono all’URSS di diventare una grande potenza mondiale, in grado di opporsi all’imperialismo. È chiaro che le teorie del “socialismo di mercato” e del “socialismo con caratteristiche nazionali” sono soltanto foglie di fico che coprono la vergogna della restaurazione capitalista.
Infine, alcune considerazioni sulla guerra imperialista e sulla rivoluzione. La natura della guerra è contraddittoria. Da un lato è mattatoio dei proletari. Dall’altro, in molti casi, diventa il detonatore che innesca la rivoluzione proletaria, specialmente se viene persa. Da queste considerazioni emerge la correttezza della posizione dei bolscevichi verso la guerra imperialista, definita “disfattismo rivoluzionario”. Partendo dal presupposto che i proletari sono fratelli di classe, perché ovunque sono ugualmente sfruttati da coloro che li mandano a massacrarsi a vicenda sui campi di battaglia, Lenin e i bolscevichi identificarono il nemico principale non nell’esercito nemico, ma nella borghesia nazionale. Quindi, gli sforzi dei comunisti erano diretti a promuovere con ogni mezzo la sconfitta politica e militare della borghesia del proprio paese come condizione necessaria, anche se non sufficiente, della vittoria della rivoluzione socialista. Gli sfruttati devono puntare le armi che sono state date loro non sui loro fratelli di classe, ma contro i loro sfruttatori, trasformando la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria. Questo significa usare le contraddizioni interimperialiste a favore della rivoluzione. Questa lezione della Rivoluzione d’Ottobre è estremamente valida oggi, anche se alcuni partiti comunisti sembrano averla dimenticata e, di fronte alla guerra in Ucraina, appoggiano attivamente gli assassini della NATO o i capitalisti della Russia. Di fronte all’escalation della guerra imperialista, applichiamo questa lezione dell’Ottobre Rosso alla realtà odierna e respingiamo sia le posizioni di pacifismo generico che nascondono le cause di classe della guerra, sia quelle social-scioviniste e sovraniste, che spingono i proletari ad allinearsi sotto la bandiera del proprio nemico di classe. Ancora una volta: riaffermiamo che la lotta contro la guerra imperialista e per una pace stabile è inseparabile dalla lotta contro l’opportunismo e per il socialismo-comunismo!
Compagni, per ragioni di brevità, è impossibile elencare tutti i contributi che la Rivoluzione d’Ottobre può dare oggi alla nostra lotta. In conclusione, vogliamo dire soltanto che la Rivoluzione d’Ottobre è e rimarrà per i comunisti di tutte le età una fonte di studio e ispirazione, il faro che illumina il cammino verso la liberazione dell’umanità dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
VIVA LA GRANDE RIVOLUZIONE SOCIALISTA D’OTTOBRE!
VIVA IL SOCIALISMO-COMUNISMO!







