Programma politico

LA NOSTRA EPOCA

Il capitalismo contemporaneo è da tempo entrato nella fase imperialista, cioè nell’ultimo stadio del suo sviluppo e ha ormai esaurito ogni funzione storica progressiva. Il suo carattere “parassitario e putrescente”, per usare le parole di Lenin, è sempre più evidente. La contraddizione fondamentale dei rapporti di produzione capitalistici, quella tra carattere sociale della produzione e appropriazione privata del prodotto è giunta a definitiva maturazione e costituisce un potente freno all’ulteriore sviluppo delle forze produttive. L’enorme ricchezza socialmente prodotta, le conquiste della scienza, della tecnica e della tecnologia potrebbero consentire una vita migliore, dignitosa e serena per tutti, ma i rapporti capitalistici, basati sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio, che consentono a pochi di appropriarsi del frutto del lavoro di tutti, fanno aumentare diseguaglianze e ingiustizie, impoverimento di massa, sfruttamento, degrado sociale e ambientale. Il saccheggio indiscriminato delle risorse naturali ed energetiche da parte dei monopoli dei paesi imperialisti e le sempre più diffuse guerre imperialiste generano catastrofi ambientali che mettono addirittura a repentaglio l’esistenza stessa  della vita sul pianeta e catastrofi umanitarie che provocano l’esodo di decine di milioni di individui. I livelli di spesa dei maggiori paesi imperialisti per il mantenimento di sacche di aristocrazie operaie, di lavori improduttivi, di apparati repressivi, militari e burocratici sempre più pesanti e per l’assistenzialismo a settori di capitale in difficoltà hanno raggiunto livelli insostenibili e spingono la tendenza all’aumento del deficit pubblico, finanziato con il ricorso all’indebitamento. Il deficit pubblico viene ridotto prevalentemente con forti tagli alla spesa pubblica sociale, ma l’avanzo primario creato da queste politiche viene utilizzato per pagare gli interessi sul debito, con un ulteriore, massiccio trasferimento al capitale finanziario – inteso in senso leninista come risultante della fusione tra capitale industriale e capitale bancario – di ricchezza espropriata al popolo lavoratore attraverso i tagli.

Le crisi di sovrapproduzione e sovraccumulazione non rappresentano un’anomalia, bensì la regola, una caratteristica intrinseca del modo di produzione capitalistico, al cui ciclico manifestarsi esso non può sottrarsi proprio in forza delle leggi oggettive dell’accumulazione e dell’anarchia della produzione in condizioni capitalistiche. Le fasi di crisi sono sempre più frequenti, generalizzate e devastanti, quelle di ripresa sempre più brevi e mai riescono a raggiungere i livelli precedenti all’ultimo ciclo recessivo, con uno scivolamento lungo un piano inclinato che indica una complessiva distruzione di ricchezza sociale. Da elemento propulsivo dello sviluppo delle forze produttive, il capitalismo si è trasformato in fattore di distruzione delle stesse.

Il capitale cerca di far fronte alle crisi attraverso processi di ristrutturazione che consentano di salvaguardare il saggio di profitto socialmente medio, generalmente basandosi su politiche di compressione dei salari, di sostituzione tecnologica e di cambiamenti nell’organizzazione del lavoro, tesi all’aumento della produttività, cioè dello sfruttamento della forza lavoro.

La tendenza alla diminuzione del salario nominale, reale e relativo è un’altra legge oggettiva dello sviluppo capitalistico che, come dimostrato da K. Marx, opera tanto nei momenti di crisi, quanto in quelli di ripresa economica e porta le retribuzioni a collocarsi intorno al livello di sussistenza, a volte addirittura al di sotto di questo. Il tempo di lavoro necessario alla riproduzione della forza lavoro (retribuito) viene ridotto, mentre viene esteso il pluslavoro, cioè il tempo di lavoro non retribuito di cui si appropria il capitalista. A livello macroeconomico, d’altro lato, bassi salari generalizzati determinano una contrazione dei consumi e, quindi, della domanda interna,  contribuendo a innescare spinte recessive. Per risolvere questa contraddizione interviene lo Stato con meccanismi che compensano la scarsità della domanda interna, creando artificialmente redditi privati a carico del bilancio pubblico. I redditi di cittadinanza, o di inclusione, sono propriamente lo strumento assistenziale con cui vengono attutiti gli effetti negativi che la politica di bassi salari ha sulla domanda,  scaricandone i costi sulla fiscalità generale, che pesa in larga parte sulle tasche dei lavoratori salariati e sui servizi, senza intaccare i profitti dei capitalisti.

Anche l’introduzione di nuove tecnologie, in condizioni di mercato capitalistico, determina una riduzione del costo del lavoro per sostituzione della forza lavoro impiegata nei processi produttivi, ma, parallelamente, comporta un aumento della composizione organica del capitale, cioè del rapporto tra capitale costante (edifici, terreni, macchinari, impianti, materiali, ecc., il cui valore non si trasferisce nel prodotto al termine del singolo ciclo produttivo) e capitale variabile (forza lavoro, che sola incorpora valore aggiunto al prodotto). Poiché l’incremento di valore della produzione è determinato esclusivamente dalla forza lavoro, l’aumento della composizione organica del capitale, in condizioni di mercato capitalistico, determina inevitabilmente una tendenza alla diminuzione del saggio di profitto, come scientificamente dimostrato da Marx.

La caduta tendenziale del saggio di profitto, da un lato, obbliga il capitale a distruggere una parte di sé stesso (la produzione invenduta per effetto dell’anarchia del mercato e la parte sovraccumulata) nel tentativo di accrescere il tasso medio della sua remunerazione. Da qui, licenziamenti, disinvestimenti e riduzioni della capacità produttiva. Dall’altro lato, lo obbliga ad intensificare lo sfruttamento della forza lavoro attraverso un incremento dell’estrazione di plusvalore. Da qui, aumento del tempo di lavoro non necessario (estensione dell’orario di lavoro, incremento dei ritmi, innalzamento dell’età pensionabile) e compressione del salario diretto (riduzione nominale, reale e relativa), indiretto (tagli ai servizi sociali) e differito (minore rendimento delle pensioni).

L’indebitamento pubblico è stato uno degli strumenti principali con cui è stato sostenuto il tasso di profitto, finanziando politiche di sgravi fiscali e contributivi alle imprese, di agevolazioni creditizie, di finanziamenti di questo o quel settore industriale e, oggi, anche attraverso il reddito di cittadinanza a compensazione della bassa domanda interna. I costi di questo “assistenzialismo” alla rovescia vengono sempre scaricati sulla classe operaia e sui lavoratori, obbligati a pagare il conto dell’arricchimento della borghesia. La crisi attuale non è quindi né crisi finanziaria, né crisi da debito, né tanto meno crisi da emergenze sanitarie. Neppure è dovuta a difetti di gestione, corruzione, attività speculative, cioè ad anomalie correggibili, bensì è crisi strutturale di un capitalismo ormai sempre più in difficoltà a riavviare il ciclo di riproduzione-accumulazione, che origina dalle contraddizioni insanabili del modo e dei rapporti di produzione capitalistici.

Il capitalismo non può cercare di prolungare la propria agonia senza distruggere ricchezza sociale, acuire l’impoverimento delle masse lavoratrici e accelerare la concentrazione e la centralizzazione del capitale, con il rischio di trascinare in rovina l’intera umanità.

Il conclamato fallimento di tutti i modelli teorici borghesi, da quelli riformisti e socialdemocratici, a quelli liberal-conservatori, a quelli del tipo della “teoria della decrescita” o del “socialismo del XXI secolo”, dimostra che il capitalismo non è malato, ma è la malattia. Il capitalismo non è riformabile e solo il suo abbattimento e l’avvio della costruzione del socialismo-comunismo costituiscono l’unica alternativa reale alle crisi, alle guerre e alla barbarie.

Questo fatto oggettivo non è inficiato dalla temporanea affermazione della controrivoluzione, come avvenuto in URSS e nei paesi del blocco socialista, processo  che ha gettato le masse lavoratrici di quei paesi in una miseria senza precedenti e ha provocato la soppressione dei diritti e il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori anche nei paesi capitalistici più sviluppati. La controrivoluzione, al contrario, è stata favorita primariamente dall’introduzione di elementi di mercato nell’economia socialista che ne hanno compromesso lo sviluppo e hanno determinato la ricostituzione della borghesia come classe. Nei primissimi anni la costruzione socialista in URSS è andata incontro alla resistenza delle vecchie classi possidenti russe, che mantenevano un residuo potere economico nonostante la classe operaia fosse riuscita a strappargli compiutamente il potere politico con il duro prezzo pagato durante la guerra civile seguita alla Rivoluzione d’Ottobre. Ai vecchi espropriati si unirono nuovi settori, espressione delle contraddizioni generate dal processo di formazione della base tecnico-materiale per la costruzione del socialismo, culminata con la NEP, ad esempio nuovi piccoli proprietari nelle campagne e tecnici non operai. L’interesse di questi gruppi sociali in contrapposizione con gli interessi della classe operaia al potere sono la base materiale della prosecuzione della lotta di classe nel socialismo, che trovava la sua espressione politica all’interno del PCUS, con componenti di opposizione che si ponevano come rappresentanti di quegli interessi, alcuni mantenendo le posizioni opportuniste che avevano già sostenuto prima della Rivoluzione. Con il XX congresso del PCUS nel 1956, la corrente revisionista, guidata da Khruschov e Kosygin, divenne maggioritaria e attuò nel giro di pochi anni alcune riforme che reintrodussero nell’economia sovietica elementi di mercato e proprietà privata, aprendo un processo che ha progressivamente disgregato le basi economiche, sociali, politiche, militari, culturali e ideali del socialismo. Negli anni successivi, seppure con la presenza di tentativi di opposizione ideologica e politica, i gruppi dirigenti che mantennero la guida del PCUS non segnarono inversioni di tendenza rispetto a questo processo – che impedì l’avanzamento dell’URSS verso il comunismo – e proseguirono nel ripristino di elementi capitalistici che hanno aperto la strada alla controrivoluzione. Il progressivo indebolimento delle posizioni che esprimevano gli interessi della classe operaia nel PCUS ne hanno minato anche la capacità di condurre efficacemente la battaglia politico-ideologica  e culturale contro la costante offensiva imperialista – debolezza che si estendeva di conseguenza a tutto il movimento comunista internazionale – fino ad arrivare alle posizioni apertamente liquidazioniste del gruppo dirigente di Gorbaciov nel periodo della controrivoluzione.

Il movimento comunista ha perso una battaglia, ma non la guerra. Dallo studio approfondito della storia del primo tentativo di costruzione socialista dell’umanità, i comunisti possono, invece, trarre lezioni fondamentali per condurre la loro lotta in modo attuale, ponendo basi più solide per ogni futuro tentativo, imparando da una valutazione degli errori e delle contraddizioni portata avanti con gli strumenti del marxismo-leninismo e respingendo con forza qualsiasi demonizzazione derivante dalla propaganda del nemico di classe.  Valutando complessivamente come positiva l’esperienza storica dell’URSS e dei paesi socialisti, il Fronte Comunista intende proseguire anche in Italia il cammino aperto dalla Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre.

Nonostante la temporanea vittoria della controrivoluzione in URSS, la nostra è l’epoca della rivoluzione proletaria. Il capitalismo, infatti, è ancora nella sua fase ultima, putrescente, quella dell’imperialismo, che non è una forma di politica internazionale, bensì un preciso stadio di sviluppo della formazione economico-sociale capitalistica, una categoria economico-politica che lo distingue dalle preesistenti forme di capitalismo per alcuni specifici tratti distintivi che Lenin individuò scientificamente: 1) la concentrazione e la centralizzazione del capitale e la conseguente formazione del monopolio; 2)  la fusione del capitale industriale e del capitale bancario concentrati nel capitale finanziario; 3) l’esportazione del capitale distinta dall’esportazione delle merci; 4) la formazione di associazioni internazionali di capitalisti per la divisione del mondo; 5) la compiuta divisione del mondo e la lotta per una sua nuova spartizione.

L’imperialismo è la fase suprema, ultima, del capitalismo che, con la sua agonia, rischia di provocare “la rovina comune delle classi in lotta” (K. Marx), trascinando l’umanità in una nuova barbarie, ma la transizione al socialismo non è né automatica, né graduale, né pacifica. Essa non può realizzarsi che attraverso l’azione rivoluzionaria della classe operaia organizzata che rovescia il potere borghese e ne distrugge la macchina statuale, sostituendola con quella della dittatura del proletariato. L’epoca che stiamo vivendo è, dunque, l’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria, che anche in Italia non potrà che essere socialista e avvenire senza fasi intermedie o processi graduali.

L’IMPERIALISMO NELLA FASE ATTUALE

Dopo la temporanea vittoria della controrivoluzione in URSS e nel blocco socialista, l’imperialismo, nell’accezione leninista del termine, è divenuto il sistema dominante a livello mondiale. I differenti gradi di concentrazione e centralizzazione del capitale e il diverso livello di accumulazione nei vari paesi determinano la diversa posizione di questi all’interno di una struttura di tipo piramidale, con legami di dipendenza e interdipendenza economica e politica nei confronti delle maggiori potenze imperialiste e continui riposizionamenti all’interno della piramide stessa. Questa è una delle manifestazioni più evidenti della legge dello sviluppo economico diseguale nel capitalismo.  Anche i paesi ex-coloniali e semi-coloniali, terminato il percorso delle rivoluzioni democratico-borghesi e della liberazione nazionale, hanno imboccato la via dello sviluppo capitalistico e presentano oggi i tratti economici distintivi della sua fase imperialista. Nonostante vi persistano alcuni elementi pre-capitalistici, sono a tutti gli effetti attori nella piramide imperialista. In questo ambito anche i processi del “progressismo” sudamericano che si ispirano al cosiddetto “socialismo del XXI secolo” si sono dimostrati incapaci di superare l’ambito del capitalismo monopolistico di stato.

Mentre in Indocina sono in atto processi contraddittori dall’esito tutt’altro che scontato che, attraverso il ripristino parziale della proprietà privata e di forme di mercato, rischiano seriamente di far deviare paesi come il Vietnam e il Laos verso una restaurazione definitiva del capitalismo, la resistenza di Cuba e della Repubblica Democratica Popolare di Corea ai tentativi di sopraffazione imperialista, continua tenacemente. Nonostante le disumane sanzioni e il criminale blocco economico che li colpisce da oltre 60 anni, addirittura cinicamente inasprito durante la pandemia, nonostante sia venuto meno il sistema di relazioni internazionali solidaristiche e paritetiche che avevano con l’URSS e il campo socialista, questi paesi mantengono rapporti di produzione prevalentemente di carattere socialista e gran parte delle conquiste sociali e culturali delle rivoluzioni compiute in quei paesi. Il Fronte Comunista esprime quindi con piena convinzione la propria solidarietà internazionalista militante a Cuba socialista, al Partito Comunista di Cuba, alla Repubblica Democratica Popolare di Corea e al Partito del Lavoro di Corea, battendosi per la revoca di sanzioni e blocco economico che affliggono gravemente i popoli di quei paesi.

La presenza attiva dell’URSS e del blocco socialista sulla scena mondiale ha svolto un positivo ruolo di contrasto all’imperialismo, riuscendo a limitare i conflitti armati e le guerre, svolgendo una funzione propulsiva delle lotte di liberazione dei popoli del mondo dal giogo coloniale, sostenendo l’attività dei partiti comunisti e operai nei paesi capitalistici e dando vita a norme di diritto internazionale più favorevoli a quelle lotte. Si trattava della competizione tra due sistemi, tra due modelli di sviluppo diametralmente opposti. Con la scomparsa dell’URSS e del sistema socialista mondiale e il venire meno del loro peso internazionale, le contraddizioni interimperialiste, apparentemente sopite dall’unanime intento di contenere il socialismo, sono tornate ad emergere in modo lacerante. Venuti meno quei rapporti di forza il diritto internazionale semplicemente ha perso qualsiasi funzione di deterrenza, sostituito dal diritto del più forte e dall’assenza di regole, per cui l’aggressore a volte non si preoccupa neppure più di giustificare il proprio operato, anzi usa l’atto di forza e l’arbitrio come strumenti di intimidazione e affermazione della propria potenza. L’ONU in passato è stata spesso utilizzata dall’imperialismo come organo di ratifica e legittimazione di aggressioni arbitrarie, dalla guerra di Corea alla prima guerra del Golfo. Oggi, cambiati i rapporti di forza, questa sua funzione è venuta meno, sostituita dall’intervento diretto delle potenze e delle alleanze imperialiste, che non si curano più di ottenere un supporto giuridico internazionale ai propri piani di guerra, mascherati da “missioni di pace” che, con il pretesto della “difesa della democrazia” o della “tutela dei diritti umani”, seppelliscono sotto tonnellate di bombe “umanitarie” qualsiasi tentativo di opposizione ai piani imperialistici. Testimonianza di ciò sono le guerre in Jugoslavia e Kosovo, in Afghanistan, in Iraq, in Libia, in Siria e il crescente intervento militare nell’Africa sub-sahariana, che hanno visto impegnati gli USA, la NATO e singole potenze imperialiste, tra cui l’Italia, senza alcuna formale ratifica da parte dell’ONU. L’irrilevanza del suo ruolo in condizioni di imperialismo dominante è confermata dalla mancata applicazione delle sue numerose risoluzioni sulla questione palestinese, tuttora irrisolta. Il Fronte Comunista, combattendo risolutamente il sionismo, come qualsiasi altra forma di nazionalismo, sciovinismo e fondamentalismo religioso, appoggia la giusta lotta del popolo palestinese per la creazione di uno stato palestinese indipendente con capitale Gerusalemme  chiede la cessazione e lo smantellamento degli illegittimi insediamenti israeliani nei territori palestinesi, la liberazione di tutti i prigionieri politici palestinesi detenuti in Israele  e il diritto al ritorno per la diaspora palestinese, in ottemperanza alla risoluzione 194 dell’Onu.

In particolare, esprimiamo solidarietà militante ai comunisti e ai lavoratori di Palestina, condanniamo fermamente la decisione, provocatoria e irresponsabile, dell’amministrazione statunitense di spostare la propria ambasciata a Gerusalemme, a riconoscimento delle mire espansionistiche di Israele.

La competizione oggi è tutta all’interno dell’imperialismo. Potenze imperialiste storiche – come gli USA, la Francia, la Germania, il Regno Unito, ecc. – e di più recente formazione, come la Cina e la Russia, alleanze imperialiste – quali l’Unione Europea e i BRICS – e paesi imperialisti di nuova emersione, come Iran, Turchia, Israele, Arabia Saudita, ecc., che rivendicano un ruolo egemonico a livello regionale, sono in concorrenza tra loro per il controllo dei mercati di sbocco e di approvvigionamento delle materie prime, soprattutto energetiche, delle rotte commerciali, dell’informazione e  dei dati e delle nuove tecnologie,oltre che per acquisire vantaggi geo-strategici sul piano politico e militare. Una concorrenza generalizzata, che si manifesta anche all’interno dei blocchi e delle alleanze imperialiste, tra gli stati che ne fanno parte e tra i loro monopoli e che è il motivo scatenante delle guerre che sempre più diffusamente sconvolgono il pianeta. Ciò dimostra come, in condizioni di capitalismo giunto alla sua fase suprema imperialista, la formazione di unioni e alleanze interstatali non elimini la concorrenza tipica di questa formazione economico-sociale, ma le conferisca forme nuove e internazionalizzate. Nonostante il processo di crescente internazionalizzazione e l’aumento della quota di PIL globale derivante dagli IDE (Investimenti Diretti all’Estero, indice dell’esportazione di capitale), i mercati nazionali continuano ad avere un ruolo predominante nella riproduzione del capitale ed esso continua a mantenere la propria organizzazione politica sulla base dello stato nazionale, come testimoniano i conflitti concorrenziali anche all’interno delle stesse alleanze e l’analisi dei dati sulle spese in conto capitale, sulle spese in Ricerca e Sviluppo e sul valore aggiunto delle case madri, regolarmente di molto superiori a quelli delle controllate estere. Il cosiddetto multipolarismo non fa che accrescere il rischio di guerra. Enormi masse sono costrette ad abbandonare i propri paesi d’origine per sfuggire non solo alla guerra, ma anche alla “pace” imperialista, una pace con la pistola puntata alla tempia dei popoli, che impone ai paesi più deboli la rapina delle loro risorse umane e naturali, spesso devastandone l’ambiente, che li soffoca con il cappio dell’indebitamento e ne perpetua la miseria, il sottosviluppo, l’analfabetismo e le malattie. È evidente che un ordine mondiale di questo tipo non può che basarsi sull’uso sistematico della violenza per garantire il proprio dominio: repressione, destabilizzazione, eversione, colpi di stato, guerra. L’imperialismo euro-atlantico, in particolare, usa come arma di destabilizzazione e pretesto per le sue aggressioni sia il terrorismo fondato sul più bieco oscurantismo religioso, sia le cosiddette “rivoluzioni colorate”, sostenendo finanziariamente e armando in entrambi i casi le formazioni politiche più reazionarie e, talvolta, apertamente fasciste.

Alla luce di queste considerazioni, riteniamo fermamente che non si possano considerare alleanze, come BRICS o l’ALBA, o singoli paesi capitalisti come facenti parte di un generico “campo antimperialista” o, peggio ancora, come eredi del blocco socialista, per il solo fatto che si contrappongono agli USA, all’UE e al loro sistema di alleanze. Conseguentemente pensiamo che non si possa pretendere un allineamento del movimento antimperialista con le posizioni di questi blocchi o stati. Nelle attuali condizioni non si tratta più di lotte antimperialiste per la liberazione e l’indipendenza nazionale, ma di una contrapposizione tra blocchi, alleanze e stati ormai entrati pienamente nella fase imperialista dello sviluppo capitalistico e, quindi, di un conflitto nel quale il proletariato non può appoggiare nessun altro se non i propri fratelli di classe.

Lenin e l’esperienza della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre insegnano che i Comunisti devono saper individuare le contraddizioni interimperialiste e utilizzarle per fare avanzare la rivoluzione socialista. Per contro, i Comunisti  respingono e combattono con totale fermezza quelle posizioni che, ignorando la teoria leninista dell’imperialismo, considerano il proprio stato come una colonia altrui,  finendo per sostenere di fatto il capitale del proprio paese nella sua competizione con il capitale estero e ciò vale anche in riferimento all’Italia. Tali posizioni, che richiamano la teoria reazionaria delle “nazioni proletarie”, conducono solo nel vicolo cieco della scelta tra un imperialismo e l’altro e costituiscono una deviazione dalla lotta antimperialista coerente, cioè dalla lotta per l’abbattimento rivoluzionario del potere del capitale a partire da quello del proprio paese.

Le contraddizioni interimperialiste determinano scontri e riallineamenti nella piramide imperialista, uno scontro aperto per acquisire posizioni dominanti, con relativi nuovi assi e alleanze, dispute e antagonismi che sfociano in conflitti militari, in guerre commerciali e diplomatiche e in rinegoziazioni di accordi e trattati. In questo contesto, assistiamo ad una nuova preoccupante corsa agli armamenti con il rischio di una guerra generalizzata, rimandata solo grazie ad accordi temporanei che preparano conflitti di maggiore intensità. La questione della guerra imperialista è, pertanto, un tema fondamentale su cui il Fronte Comunista deve mobilitare i lavoratori per sabotare i piani di guerra del capitale. Compito primario del Fronte Comunista è quello di sviluppare la lotta contro l’aumento delle spese militari del nostro paese e contro ogni partecipazione dell’Italia a interventi e guerre imperialiste, contro la NATO e la presenza di basi militari USA sul nostro territorio, denunciando il ruolo e gli interessi dell’imperialismo italiano, dei suoi monopoli e delle alleanze imperialiste di cui è parte integrante e agendo costantemente nell’esercizio dell’internazionalismo proletario reale e non puramente formale, in stretta connessione con i Partiti Comunisti e Operai degli altri paesi, con il Consiglio Mondiale della Pace e con le altre organizzazioni internazionali antimperialiste. Nessuna concessione, quindi, a posizioni patriottarde che invocano l’unità e la pace sociale in nome di un presunto “interesse comune della nazione”, poiché la classe operaia non ha da difendere alcun “interesse nazionale” in comune con i suoi sfruttatori. Nessuna concessione neppure ad un generico pacifismo che, privo di una visione di classe, considera la guerra da un punto di vista moralistico e non come portato naturale della competizione interimperialista. Come insegna Lenin, esistono guerre giuste e guerre ingiuste ed è dovere dei comunisti utilizzare tutte le forme di lotta possibili per trasformare la guerra imperialista, quando e dove si verifica, in guerra civile rivoluzionaria per abbattere, in primo luogo, la propria borghesia e instaurare il potere operaio. Questa è l’unica guerra giusta per il proletariato nella fase attuale.

L’UNIONE EUROPEA

L’Unione Europea è l’alleanza imperialista con cui il capitale monopolistico europeo persegue i propri interessi generali, ma è anche la “camera di compensazione” nella quale il capitale cerca di trovare soluzioni mediate per mitigare gli effetti della concorrenza tra gli stati e i loro monopoli nazionali. È uno strumento in più, con cui il capitale esercita il proprio dominio sul resto della società, che non è in contrasto con quello tradizionale dello stato borghese nazionale, ma si aggiunge ad esso, rafforzandone la capacità di oppressione. Non è, quindi, un’entità astratta che imporrebbe una volontà aliena limitando la sovranità nazionale, bensì un’alleanza tra stati, a cui il capitale monopolistico di ciascun paese aderente ha volontariamente delegato alcune competenze e funzioni precedentemente esercitate dallo stato nazionale, centralizzandole in un’unione interstatale. La concorrenza interna all’alleanza e il diverso peso specifico di ciascuno stato membro, proporzionale alla sua forza economica e politica, non contraddicono il fatto che l’Unione Europea sia funzionale agli interessi di classe del grande capitale monopolistico, considerato sia nazionalmente che nel suo complesso.

Il carattere reazionario dell’UE, come di qualsiasi altra alleanza imperialista, è evidente sia nelle sue politiche di massacro sociale, finalizzate al reperimento delle risorse necessarie a competere a livello internazionale, in particolare con gli USA e i BRICS, sia nella sostanza e nei meccanismi decisionali dei suoi organi.

I Trattati di istituzione dell’Unione e dell’euro riflettono sul piano giuridico la sostanza economica e politica dell’imperialismo europeo e sono un fattore di forte oppressione dei lavoratori. In un contesto in cui non esiste la possibilità di svalutare la moneta unica – opzione che determinerebbe comunque una compressione dei salari reali dovuta all’inflazione che ne deriva -, la competitività viene ricercata principalmente in termini di riduzione del costo del lavoro attraverso la compressione dei salari, l’aumento della produttività e dell’intensità del lavoro, il taglio dei servizi, lo smantellamento dello stato sociale, il prolungamento dell’età lavorativa, l’abbassamento del rendimento dei contributi pensionistici, oltre che con innovazioni tecnologiche del processo produttivo e dell’organizzazione del lavoro, tendenti a flessibilizzare e ridurre la forza lavoro impiegata. In altre parole, essi rappresentano il fondamento giuridico del crescente sfruttamento e peggioramento del livello di vita dei lavoratori. Un ritorno alla precedente sovranità monetaria e alla possibilità di svalutare non cambierebbe comunque la sostanza della questione, poiché la ricerca di maggiore competitività proseguirebbe ugualmente su tutti i fronti e il profitto del capitale sarebbe sempre principalmente collegato all’intensificazione dello sfruttamento del lavoro. A questo si accompagna una politica di cancellazione dei diritti sindacali, di restrizione del diritto di sciopero, di criminalizzazione della lotta di classe,   perseguita con la previsione di nuove fattispecie di reato e con l’inasprimento delle pene esistenti. Sono centinaia le Raccomandazioni della Commissione Europea che esigono dai paesi membri politiche di contenimento (riduzione) dei salari, di riforme pensionistiche peggiorative per gli aventi diritto, di privatizzazioni di servizi sociali e sanitari; altrettanto numerose le sentenze della Corte Europea e le Direttive della Commissione Europea che penalizzano i lavoratori e a favore dei padroni. In sostanza, l’Unione Europea e i suoi organi ostacolano, per conto del capitale, qualsiasi tentativo di migliorare le condizioni di vita dei lavoratori.

Le politiche di rigore, austerità e sovranità del mercato senza intervento dello stato, adottate dall’UE e dalla BCE e finalizzate al contenimento dell’inflazione, almeno fino alla crisi del 2008-2013, alla riduzione del deficit e del debito pubblico e al pareggio di bilancio, che hanno comportato insostenibili sacrifici per i lavoratori, hanno avuto un effetto depressivo sulla domanda, contribuendo a non fare mai uscire veramente le economie europee dalla recessione, pur con capacità di ripresa differenti tra paese e paese.

L’immissione di liquidità, attuata dalla BCE nel tentativo di stimolare la ripresa, è stata assorbita dal sistema bancario senza che vi siano stati risultati effettivi, né per il rilancio dell’economia in generale, né per  le condizioni dei lavoratori in particolare, al di fuori di una riduzione dei tassi d’interesse sul debito pubblico. Oggi, a seguito dell’emergenza COVID-19, che ha solo accelerato i tempi e approfondito la gravità di una nuova recessione in cui l’Europa stava già sprofondando, le misure adottate dall’UE e dalla BCE per fare fronte al nuovo ciclo di crisi potrebbero far pensare ad un mutamento nelle loro politiche. In realtà questo non è vero.

L’autorizzazione, in deroga ai Trattati, a finanziare interventi in deficit, a scostamenti di bilancio e alla partecipazione diretta dello stato nel capitale delle imprese riveste un carattere di straordinarietà con chiare limitazioni temporali. Gli obiettivi di riduzione dei rapporti deficit/PIL e debito/PIL e del pareggio di bilancio degli stati membri rimangono il fulcro finanziario della politica economica dell’UE e l’insistenza con cui essa esige dagli stati membri riforme strutturali peggiorative per i lavoratori, dalle pensioni, alla flessibilità occupazionale, all’aumento dell’orario di lavoro, al taglio della spesa sociale, alla cancellazione dei diritti sindacali e di sciopero, è addirittura cresciuta in seguito all’emergenza COVID-19: l’attuazione delle riforme volute dai monopoli capitalistici europei è diventata la condizione imprescindibile per potere accedere ai fondi stanziati a fronte della crisi, con relativa attività di controllo e facoltà di sospensione dell’erogazione da parte delle istituzioni europee nel caso in cui il grande capitale ritenesse insufficienti tali riforme.

Gli ingenti mezzi finanziari mobilitati, inoltre, non possono in alcun modo essere considerati “aiuti” disinteressati, sia in quanto subordinati alle riforme che interessano ai capitalisti, sia perché si cercherà di farne pagare il costo ai lavoratori. Infatti, se si tratta di prestiti, questi andranno a gonfiare il debito pubblico e, per restituirli con gli interessi, verranno messe in atto politiche di rigore e tagli ancora più dure; se, invece, si tratta di contributi a fondo perduto, reperiti con l’istituzione di un debito comune europeo, questi graveranno sul bilancio dell’Unione, finanziato dai contributi degli stati membri a carico dei loro bilanci e, quindi, della loro fiscalità generale. Si tratta, dunque, di mezzi finanziari enormi a sostegno principalmente dei monopoli capitalistici e del loro profitto, che saranno pagati in tutti i casi dai lavoratori.

Anche l’intervento dello stato è finalizzato al sostegno del grande capitale monopolistico, dalla garanzia statale sull’indebitamento delle imprese (400 miliardi di euro solo in Italia) – una vera e propria pubblicizzazione del debito privato -, fino alla partecipazione diretta al capitale sociale di società, decotte già prima dell’emergenza COVID-19, con l’intento di ricapitalizzarle, risanarle a spese dello stato e restituirle ai padroni, tra i quali vi è addirittura chi, non contento, pretende che l’intervento statale si limiti all’immissione di capitale, senza responsabilità gestionale. In altre parole: “voi ci date i soldi e noi li spendiamo come vogliamo“. Questa logica di socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti va oltre la dimensione congiunturale per assumere connotati strutturali che contraddistinguono l’agire economico dello stato in condizioni di imperialismo, cioè di capitalismo monopolistico: lo stato borghese non è mai neutrale, super partes, ma assume la funzione di “capitalista collettivo” e interviene a sostegno non degli interessi generali di tutta la società nel suo complesso, ma solo di quelli particolari dei capitalisti come classe.

Nessuna inversione di rotta, quindi, nella politica economica dell’UE, come qualcuno, anche nella sinistra “radicale”, aveva profetizzato per difetto di analisi, per altro in sintonia con le sirene della propaganda europeista, ma un’ulteriore accentuazione del suo carattere antiproletario.

La ristrutturazione capitalistica comporta la necessità di rafforzare gli aspetti più autoritari e antidemocratici del dominio borghese, nel tentativo di prolungare l’agonia del capitalismo scaricando tutto il peso della sua crisi e dell’esaurimento della sua funzione storica sulle spalle della classe operaia e dei lavoratori. Ciò risulta con tutta evidenza se guardiamo la natura e il modus operandi delle istituzioni dell’UE. Le decisioni vincolanti per gli stati membri, che si sovrappongono alle loro legislazioni fino al livello costituzionale, sono prese da organi non sottoposti al verdetto degli elettori e, quindi, sottratti a qualsiasi forma di mediazione politica, mentre l’unico organo elettivo, il Parlamento Europeo, non ha grandi poteri e si configura come organo di ratifica di decisioni prese in altre sedi.  Ciò risponde a un modello istituzionale autoritario di gestione della ristrutturazione capitalistica che tende a svuotare le assemblee elettive di ogni potere legislativo e di controllo a favore del solo potere esecutivo in nome della “governabilità”: in sostanza, più potere ai governi, meno potere ai parlamenti. Ciò non toglie che anche il Parlamento Europeo, come qualsiasi altro parlamento borghese, abbia una precisa funzione di mediazione politica tra  diverse lobbies e settori del capitale e rappresenti un anello importante nell’esercizio del dominio della borghesia. La rivendicazione di maggiori poteri al Parlamento Europeo, sostenuta dal Partito della Sinistra Europea, è di per sé fuorviante e non può essere condivisa, in quanto il nocciolo della questione risiede, ancora una volta, nel carattere di classe di questa istituzione e dell’UE, funzionali agli interessi del capitale monopolistico, indipendentemente da come vengano ripartiti i poteri legislativo ed esecutivo. È importante sottolineare ancora una volta che gli organi esecutivi dell’UE, quali la Commissione e il Consiglio Europeo, in considerazione della loro composizione e formazione, non sono entità estranee e contrapposte agli stati nazionali, bensì sono espressione degli interessi comuni dei monopoli capitalistici europei nel loro complesso.

In molti paesi dell’UE si sta verificando un’involuzione autoritaria, quando non apertamente reazionaria, del sistema politico, alla quale contribuiscono progetti di modifiche costituzionali e leggi elettorali truffaldine che, tramite sbarramenti, premi di maggioranza e altri stratagemmi, di fatto restringono il diritto di eleggere i propri rappresentanti politici, con lo scopo evidente di eliminare ogni forma di mediazione nell’esercizio del potere e di cancellare, oggi e per il futuro, la stessa possibilità di una rappresentanza politica della classe operaia e del conflitto sociale nelle assemblee elettive che potrebbe intralciare la “governabilità” voluta dalla borghesia. I Comunisti, criticando radicalmente la democrazia formale e il parlamentarismo borghesi, si oppongono a questi disegni non per difendere lo stato di cose presente, ma per impedire ulteriori involuzioni e scivolamenti in senso autoritario e reazionario che pregiudicherebbero ancora di più i diritti e la condizione dei lavoratori.

Ovunque, nell’UE e non solo, aumentano il controllo sociale sugli individui, la criminalizzazione della lotta di classe e la repressione poliziesca della protesta politica o sindacale, lo spionaggio su ogni momento della vita privata e sociale dei cittadini. Ne è prova, in particolare, la costituzione di un corpo europeo di gendarmeria, denominato EUROGENDFOR, con poteri estesissimi al di fuori e al di sopra delle leggi e delle costituzioni dei paesi membri, totalmente sottratto al controllo dei loro parlamenti e alla giurisdizione dei loro tribunali. Non è difficile immaginare come potrebbe essere impiegato nella repressione della lotta di classe.

Crescono le spese per armamenti, la militarizzazione e il coinvolgimento dell’UE nel suo complesso e di singoli suoi membri in missioni di guerra all’estero, in un’integrazione sempre maggiore tra la NATO e la PESCO (Politica Europea di Sicurezza Comune), bracci armati dei monopoli capitalistici.  Questa tendenza si esplica anche con la costituzione di ulteriori raggruppamenti militari, come ad esempio l’Iniziativa Europea d’Intervento, nata come struttura esterna all’UE per superare le inefficienze della PESCO, ma parimenti legata agli interessi imperialistici che dirigono l’Unione e i governi dei suoi stati membri.

Gli USA insistono con forza per un aumento della contribuzione dei paesi europei al bilancio NATO fino al 2% del loro PIL. NATO e UE premono sulle frontiere orientali, potenziando la propria presenza militare ai confini orientali dell’alleanza e ingerendosi sfacciatamente nella vita politica dei paesi confinanti, dall’Ucraina alla Bielorussia, sostenendo con ingenti mezzi le frange più nazionaliste e reazionarie in funzione anti-russa. Nel quadro dello scontro interimperialista con la Russia e la Cina, cresce l’impegno militare europeo in Africa, nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente, non senza forti contraddizioni tra gli stessi alleati. Il costo di tutto ciò grava sulle spalle dei lavoratori di tutta Europa e di quelli dei paesi aggrediti.

Il carattere reazionario dell’UE si conferma anche nell’odio anticomunista, ormai assurto a sua ideologia ufficiale.  L’intensificazione delle campagne propagandistiche da parte delle classi dominanti è oggi una realtà innegabile che sfrutta l’elevato grado di controllo sulle strutture mediatiche e culturali con il fine di rafforzare l’egemonia borghese, mistificando la storia per cancellare la memoria delle lotte e delle conquiste del socialismo.

Mentre l’UE grida alla violazione dei diritti umani in casa d’altri, tace sulle persecuzioni e aggressioni fisiche a militanti comunisti e attivisti sindacali, sul divieto della propaganda comunista e dei simboli storici del movimento, sulla messa fuori legge dei partiti comunisti e operai in molti paesi che ne fanno parte. Le istituzioni dell’UE cercano di dare una qualche legittimità all’isteria anticomunista tentando di porre sullo stesso piano comunismo e nazi-fascismo, vittime e carnefici, oppressi e oppressori, come nella vergognosa Risoluzione del Parlamento Europeo del settembre 2019, falsificando la storia, negando il ruolo, svolto dall’Armata Rossa e dall’URSS, guidati dal Partito Comunista Bolscevico e da Stalin, nella liberazione dell’Europa dalla barbarie nazi-fascista. Per contro, l’UE appoggia apertamente il regime golpista in Ucraina, del quale fanno parte organizzazioni nazionaliste estremiste e neo-naziste e non nasconde il suo sostegno alla parte più reazionaria dell’opposizione bielorussa.

Le considerazioni sin qui svolte ci portano a respingere con forza e chiarezza le posizioni opportuniste del Partito della Sinistra Europea e di chi ritiene che il problema risieda nella politica neo-liberista e rigorista dell’Unione Europea e che, pertanto, questa sia riformabile a favore dei lavoratori semplicemente con un cambio di indirizzo della sua politica economica. Che si tratti di neo-liberismo o keynesismo, di politiche restrittive o espansive, poco cambia per la classe operaia e i lavoratori: si tratta sempre di politiche economiche borghesi, tese a massimizzare sfruttamento e profitto. Il problema non è la teoria economica ispiratrice delle politiche dell’UE, bensì la sua natura sostanziale di alleanza imperialista, creata e gestita per assicurare un più saldo dominio del grande capitale all’interno, una maggiore competitività dei monopoli europei rispetto ai concorrenti internazionali e una più efficiente capacità di sfruttamento, rapina e saccheggio all’esterno. Poiché queste sono la natura e la ragion d’essere dell’UE, poiché essa incarna il potere del capitale finanziario, che ne è ispiratore e motore mobile, essa non può essere riformata nell’interesse dei lavoratori e dei popoli, ma può e deve essere smantellata insieme ai rapporti di produzione che l’hanno generata.

Con altrettanta forza e chiarezza respingiamo le posizioni del sovranismo borghese e del cosiddetto euroscetticismo di destra e di sinistra, di chi presenta la semplice uscita dall’UE e dall’euro, in nome del ritorno ad una sovranità nazionale che in realtà non è mai venuta meno e alla sovranità monetaria, come la soluzione a tutti i problemi. Si tratta di posizioni, prive di un approccio di classe e di una visione della complessità dialettica della questione, che sono espressione delle ansie della piccola borghesia e di settori marginali del capitale nazionale di fronte alla crisi. Chi da sinistra sostiene queste posizioni e il ritorno alla sovranità del passato, devia su una linea interclassista e si configura, di fatto, come alleato di queste componenti della borghesia.

Il Fronte Comunista concepisce l’uscita dell’Italia dall’UE e dall’euro in maniera dialettica e classista. Un partito rivoluzionario che aspira alla presa del potere politico e che lotta per l’instaurazione del socialismo non può eludere tale questione. Non è possibile, infatti, nessuna avanzata progressiva verso il socialismo all’interno del recinto dell’UE, che anzi è ulteriore strumento nelle mani delle classi dominanti per la contrazione delle condizioni economico-sociali dei lavoratori e per la repressione della classe operaia. La permanenza nell’UE svuota di prospettiva reale le rivendicazioni economiche e sociali dei lavoratori in quanto ne ostacola la realizzazione per mezzo del suo sistema normativo.

Le istituzioni europee, però, fanno parte di un più ampio sistema istituzionale borghese, in continuità con le istituzioni nazionali e non in opposizione ad esse. Per questo motivo un’uscita tout court in condizioni di capitalismo – ipotesi oggi alquanto irrealistica perché contraria agli interessi attuali del capitale monopolistico italiano -, non sarebbe in quanto tale un passaggio in grado di garantire, in ogni caso, condizioni più favorevoli alle classi popolari, ma porterebbe ad un semplice riposizionamento del paese nell’ambito di altre alleanze imperialiste, come accaduto nel caso Brexit. La rottura con l’Unione Europea non deve dunque essere concepita come una fase intermedia, come una lotta preliminare da condursi, magari, insieme a forze politiche borghesi. La lotta per l’uscita dall’UE deve essere intimamente legata alla lotta per la conquista del potere politico da parte dei lavoratori.

La lotta per l’uscita dell’Italia dall’UE è condizione necessaria, ma non sufficiente a portare la classe operaia al potere se non si accompagna alla lotta conseguente per l’abbattimento del capitalismo e dello stato borghese. L’uscita, per la quale ci battiamo in sintonia con la parte più avanzata dei Partiti Comunisti e Operai d’Europa, non è per fare ritorno alle forme di sovranità nazionale precedenti in ambito capitalistico, bensì per avanzare verso il socialismo con un radicale cambio dei rapporti di produzione e della classe al potere. Declinata in questi termini di complementarità dialettica tra i due aspetti, l’uscita dall’UE e dall’euro e la denuncia di tutti i Trattati internazionali che ne sono il fondamento giuridico sono punti irrinunciabili del programma di lotta del Fronte Comunista.

IL CAPITALISMO ITALIANO

L’Italia è un paese capitalista avanzato, soggetto quindi alle leggi generali che caratterizzano il modo di produzione capitalistico e occupa, nel sistema imperialista mondiale, una posizione relativamente importante, nonostante debolezze storiche e differenze territoriali nel grado e nei tempi di sviluppo economico, endemiche al capitalismo italiano.

Benché la società mercantile e forme di protocapitalismo si sviluppino in Italia prima che in altre parti del mondo, la formazione dello stato nazionale e la rivoluzione borghese, che avrebbe dovuto sancire la definitiva affermazione politica del capitalismo, avvengono relativamente tardi e nel segno del compromesso tra la borghesia industriale, soprattutto del Nord, con l’aristocrazia terriera, soprattutto del Sud, dove permane il latifondo di tipo feudale. L’azienda agricola capitalistica stenta ad affermarsi e a soppiantare la rendita fondiaria. L’intellettuale organico a questo blocco sociale è costituito dall’enorme apparato burocratico del neonato stato unitario, essendone al tempo stesso lo zoccolo duro del consenso, soprattutto al Sud, dove per lunghi anni ha costituito l’unico sbocco occupazionale alternativo all’emigrazione e alla criminalità e uno degli strumenti dell’oppressione borghese sulla società. Questa debolezza endemica del blocco sociale che è la base dello stato liberale in Italia in parte ne spiega la fine, verificatasi con l’ascesa al potere del fascismo, cioè della dittatura apertamente terroristica della parte più reazionaria del capitale finanziario. Ad una situazione oggettivamente rivoluzionaria, quale quella determinatasi all’inizio del primo dopoguerra con il Biennio Rosso, ma carente sul piano del soggetto politico rivoluzionario, gli industriali e gli agrari, a difesa dei propri interessi di classe, rispondono con la soppressione della stessa democrazia formale borghese. Sul piano dell’oppressione di classe, come giustamente sottolinea Gramsci, poco cambia: democrazia borghese e fascismo sono forme diverse della dittatura del capitale, la repressione, il carcere e le leggi antioperaie sono le stesse dello stato liberale. La vera novità rappresentata dal fascismo consiste nell’avere organizzato militarmente la piccola borghesia, uno strato sociale politicamente instabile per eccellenza e nell’averla posta, insieme a elementi sottoproletarizzati, al servizio del capitale contro la classe operaia, facendo svolgere alle milizie così create il “lavoro sporco” per conto dello stato, cioè tutte quelle operazioni violente e illegali che lo stato non avrebbe potuto compiere direttamente, spacciandole, oltretutto, per espressione della rabbia popolare.

Il capitalismo monopolistico di stato in Italia si afferma negli anni a cavallo della Prima Guerra Mondiale, al culmine di un processo di concentrazione e centralizzazione del capitale supportato dalle commesse statali di guerra, che garantiscono enormi profitti ai monopoli privati, tra cui la FIAT della famiglia Agnelli, tra i principali finanziatori del partito fascista. La crisi post-bellica, che in Italia si salda con la grande depressione iniziata nel 1929, porterà il fascismo, negli anni ’30, ad istituire l’I.R.I., con cui lo Stato si fa carico dei fallimenti dei capitalisti, nazionalizzando le imprese in perdita. Il fascismo socializza le perdite, mentre i profitti continuano a rimanere privati, in quel vero e proprio “assistenzialismo alla rovescia” che sempre caratterizza l’intervento dello stato borghese in economia. Nelle campagne il fascismo non intacca il latifondo, dal momento che gli agrari sono tra i principali finanziatori del fascismo. Le terre assegnate ai contadini italiani, afflitti da una secolare miseria e arretratezza, sono solo nelle colonie, bottino dell’aggressione imperialista italiana all’Etiopia, alla Somalia e alla Libia. In Italia, invece, gli assetti proprietari agrari non vengono messi in discussione dal fascismo.

La Resistenza antifascista, di cui i Comunisti sono la forza propulsiva, maggioritaria e meglio organizzata, contrariamente a come viene presentata dalla storiografia borghese ufficiale, non può essere ridotta ad un insieme di operazioni militari, finalizzate alla liberazione dall’invasore nazista e al ristabilimento della sovranità nazionale. Essa fu, nell’intento della maggior parte di chi vi prese parte, prima di tutto, lotta politica armata per la liberazione sociale, guerra civile rivoluzionaria contro il fascismo, italiano e tedesco,  per il rovesciamento dello stato fascista e la sua sostituzione con uno stato che non fosse il vecchio stato liberale, per una democrazia sostanziale e non formale, diversa dalla “democrazia” della classe che aveva portato il fascismo al potere. Tale aspirazione generale si legava all’azione cosciente dei settori più avanzati della classe operaia che si ponevano come obiettivo conseguente l’abbattimento del modo di produzione capitalistico, che aveva generato il fascismo. Questo è lo spirito della Resistenza, che facciamo nostro e a cui ci ispiriamo.  Errori di valutazione della fase politica e storica, una visione gradualistica del processo rivoluzionario, l’accettazione della democrazia parlamentare, delle istituzioni e della legalità borghesi come unico terreno di lotta e un’errata concezione che trasformava la tattica dell’unità antifascista in strategia, condussero Togliatti e la maggioranza del gruppo dirigente del PCI di allora a deviare dal perseguimento degli obiettivi dei comunisti che avevano combattuto nella Resistenza, anche tramite l’emarginazione dagli organismi dirigenti del partito di quegli elementi che si opponevano alla deriva e rimanevano maggiormente aderenti ai valori più avanzati della lotta di liberazione.

Dopo la Liberazione, estromesso il PCI dal governo, con la ricostruzione finanziata dai capitali americani del “Piano Marshall”, affluiti in funzione anticomunista e antisovietica in considerazione dell’importanza strategica della posizione geopolitica dell’Italia, il capitalismo monopolistico di stato si rafforza ulteriormente, in una repubblica che ricicla gran parte dei quadri provenienti dagli apparati burocratici e repressivi del fascismo. Alle aziende statali, regolate dal diritto pubblico, si affianca il sistema delle Partecipazioni Statali, dove lo Stato agisce come titolare della proprietà (in tutto o in parte) e come soggetto economico in base al diritto privato. Lo Stato svolge la funzione di capitalista collettivo in nome della borghesia, che detiene il potere politico e ne determina le scelte, contribuendo per conto di questa allo sfruttamento della classe operaia. Per questa ragione i Comunisti ritengono insufficiente avanzare la sola parola d’ordine della nazionalizzazione senza collegarla alla rivendicazione del potere e del controllo operaio.

Il processo di concentrazione del capitale in Italia è progredito grazie all’intervento dello Stato, soprattutto nei settori strategici ad alta intensità di capitale (siderurgico, chimico e petrolchimico, energetico, cantieristico, minerario, alimentare, dei trasporti e delle comunicazioni). Non esisteva il piano economico, ma la “programmazione”, che non fissava obbiettivi obbligatori per quantità e qualità, ma linee generali di sviluppo, che si sarebbero dovute realizzare grazie al peso sul mercato del settore pubblico, utilizzato in quel periodo anche per creare consenso politico attraverso l’assorbimento della forza lavoro espulsa dall’industria privata per effetto dell’innovazione tecnologica.

Il capitalismo italiano riuscì allora a sostenere la competizione interimperialistica grazie al ruolo dello Stato in economia, ad un uso della spesa pubblica a sostegno del capitale, con politiche di incentivo al settore privato, sgravi e agevolazioni fiscali e contributive per il padronato. Le grandi lotte operaie degli anni ’60 e ’70, che terminarono nel 1977 con la deriva concertativa della CGIL (la cosiddetta “linea dell’EUR”), produssero importanti conquiste sul piano sindacale, da miglioramenti salariali, alla salute e alla sicurezza sul lavoro, allo Statuto dei Lavoratori che, pur limitatamente alle aziende al di sopra dei quindici dipendenti, poneva limiti alla libertà di licenziamento e sanciva significativi diritti di rappresentanza organizzata del mondo del lavoro. Lo strumento della svalutazione della lira favoriva l’esportazione delle merci italiane, permettendo di alleggerire la pressione sui salari a fini competitivi. Certamente, la tenuta e la relativa crescita si accompagnavano ad un’inflazione elevata e ad un aumento del debito pubblico, ma l’indicizzazione dei salari e delle pensioni al costo della vita,  la cosiddetta scala mobile, sia pure con ritardo trimestrale e il saldo positivo della bilancia commerciale che compensava più che proporzionalmente la bolletta energetica, contribuirono a sostenere la domanda interna. In quella fase il processo di accumulazione e riproduzione del capitale, anche se a fasi alterne, tendenzialmente tenne, permettendo al capitalismo italiano di occupare una posizione di rilievo nell’ambito del sistema imperialista europeo e mondiale.

Tuttavia, il sempre più rapido susseguirsi di fasi di crisi e stagnazione economica indusse la borghesia ad avviare un processo di ristrutturazione e a scatenare, sotto il pretesto della lotta all’inflazione, un attacco a fondo contro la classe operaia e i lavoratori, iniziando lo smantellamento delle tutele e dei diritti, conquistati in anni di lotte durissime. Nel 1984, un referendum voluto dai padroni, sponsorizzato dal governo guidato dal socialista Craxi, mal gestito da una CGIL egemonizzata da un PCI ormai avviato sulla strada del revisionismo e dell’autodissoluzione, cancellava la scala mobile.

Dopo la fine dell’Unione Sovietica e del blocco socialista, la borghesia non ebbe più alcun freno nello smantellamento dei diritti dei lavoratori e delle loro conquiste, nella distruzione di quello stato sociale che era stato il cavallo di battaglia dell’illusione socialdemocratica.

Nella trasformazione della CEE in Unione Europea e nell’adesione alla moneta unica, fortemente volute e attuate dai governi di centrosinistra, i settori dominanti della borghesia italiana hanno sostituito l’arma della svalutazione competitiva e dei dazi doganali, con nuovi strumenti per portare più a fondo l’attacco alle posizioni della classe operaia e ai diritti dei lavoratori.

Le misure di rigore di bilancio ed il ripianamento del debito pubblico, gonfiato per finanziare banche e padroni, si traducono in un massacro sociale senza precedenti, presentato come un’esigenza oggettiva quando si tratta invece di una precisa volontà politica. Le privatizzazioni, portate avanti sia dai governi di centrosinistra che da quelli di centrodestra, dilapidano il patrimonio pubblico e il settore statale dell’economia. Talvolta usufruendo addirittura di incentivi statali, l’acquisizione del bene pubblico privatizzato spesso viene effettuata con puro intento speculativo, ad esempio rottamando gli impianti e cambiando la destinazione dell’area da uso produttivo ad uso residenziale. L’intreccio tra politica corrotta, crimine organizzato e capitale è particolarmente evidente e attivo in questo processo. Tuttavia, a ulteriore conferma di come il capitalismo sia pur sempre organizzato sulla base dello stato nazionale  a partire dal 2020 lo Stato si riserva la facoltà di bloccare eventuali acquisizioni di assets italiani da parte di società estere o fondi sovrani che, approfittando di situazioni di difficoltà dovute alla crisi, potrebbero recare pregiudizio agli interessi strategici dei monopoli italiani.

Le privatizzazioni vengono spesso attuate attraverso la frammentazione, il cosiddetto “spezzatino”, delle grandi concentrazioni produttive in unità più piccole, per facilitarne il collocamento sul mercato. Contrariamente all’apparenza, ciò non contraddice la tendenza alla concentrazione del capitale. Il ricorso all’outsourcing e la forte dispersione dell’apparato produttivo in micro, piccole e medie unità produttive nasconde il fatto che si tratta o di aziende controllate direttamente in partecipazione azionaria dai grandi monopoli, o di contoterzisti monomandatari formalmente autonomi che forniscono solo componenti parziali del prodotto, non hanno alcun rapporto diretto con il mercato finale e, in realtà, dipendono totalmente dai committenti. La concentrazione e la centralizzazione del capitale avvengono così in modo dissimulato e più flessibile.

Oltre alle imprese di produzione, si privatizzano trasporti, sanità e servizi d’assistenza alla persona, previdenza, cultura, istruzione, trasformando in oggetto di scambio e fonte di profitto diritti essenziali della persona umana, di fatto limitandoli a chi può permettersi di usufruirne a pagamento o addirittura azzerandoli. In particolare per quanto riguarda la sanità, l’emergenza COVID-19 ha dimostrato la situazione di totale disastro in cui versa il settore a causa di decennali tagli alla spesa pubblica sanitaria, al personale, ai posti letto, della carenza di qualifiche professionali dovuta all’istituzione del numero chiuso nelle facoltà di medicina, dei crescenti finanziamenti alla sanità privata, della regionalizzazione delle competenze in materia che ha generato forti disparità territoriali. Sostenere il ritorno alla piena competenza dello Stato centrale per assicurare un diritto alla salute uniforme a tutti i cittadini e la pubblicizzazione di tutto il sistema sanitario nazionale non basta. Occorre che siano abrogate tutte quelle riforme, attuate dai governi di centrosinistra e peggiorate da quelli di centrodestra, che hanno trasformato le unità sanitarie in aziende con obbligo di pareggio o utile di bilancio secondo criteri privatistici. Senza questo, il ritorno della sanità nelle mani dello Stato è solo uno slogan senza senso.

La devastante deregolamentazione del mercato del lavoro, maturata teoricamente nel brodo di coltura del giuslavorismo di matrice PDS-DS-PD, anch’essa avviata dai governi di centrosinistra e continuata da quelli di centrodestra (pacchetto Treu, legge n. 30, ecc.), ha cancellato diritti e tutele dei lavoratori, fino ad arrivare all’odierna libertà di licenziare, anche in deroga a disposizioni sospensive governative connesse all’emergenza COVID-19, ricorrendo a interpretazioni estensive della giusta causa per motivi disciplinari o di salute. Sono state poste in atto pesanti limitazioni del diritto di sciopero e della libertà di rappresentanza sindacale, con il connivente beneplacito dei sindacati confederali collaborazionisti, che vanno nella direzione della perseguibilità penale e amministrativa della resistenza sociale e della conflittualità di classe, come sancito dai famigerati Decreti Sicurezza del governo Lega-M5S. È stato destrutturato il CCNL (Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro), privilegiando la contrattazione di secondo livello, dove i lavoratori sono più isolati e più deboli, anche in deroga a quella di primo livello. Sono state introdotte innumerevoli tipologie di contratti atipici, tutti a tempo determinato e spesso esenti da oneri fiscali e contributivi per i padroni, i primi assorbiti dallo Stato, i secondi scaricati sui lavoratori. Il minore introito contributivo è stato fatto pagare ai lavoratori, attraverso il peggioramento delle condizioni di pensionamento e l’ulteriore innalzamento dell’età pensionabile. Infine, è stato di fatto legalizzato il caporalato attraverso le cosiddette agenzie interinali, spesso organizzate in forma di cooperative che sfruttano brutalmente i lavoratori-soci, privi di ogni tutela.

Ovviamente, queste misure, contrabbandate per incentivi all’occupazione quando in realtà sono incentivi allo sfruttamento e al profitto, non hanno alcun effetto positivo sui livelli occupazionali, come confermato dalla crescita del numero di disoccupati e inoccupati. Ad essere fortemente colpite sono anche le donne, discriminate sul piano della retribuzione e addirittura nel loro diritto alla maternità, a causa della mancanza di servizi sociali e di garanzie di conservazione del posto di lavoro.

Oggi l’Italia è  uno dei paesi in Europa a maggior “flessibilità” del lavoro, dove i lavoratori hanno meno tutele, dove il salario medio di un operaio metalmeccanico con 32 anni anzianità raggiunge 1.100 euro al mese (se non c’è cassa integrazione), dove un giovane è costretto a lavorare con contratti trimestrali a 400 euro al mese, dove si muore sul lavoro per una paga oraria di 3,90 euro, senza contributi, dove si va a lavorare malati pur di conservare il posto, dove i padroni possono licenziare liberamente, dove l’insorgere di patologie professionali e il resoconto degli incidenti sul lavoro sono un vero e proprio bollettino di guerra.

Tutte circostanze che si presentano ancora più drammaticamente per i lavoratori delle regioni meridionali del Paese, basti pensare al tasso di disoccupazione giovanile che lì superava il 50% già prima della pandemia di Covid-19.

Una menzione speciale merita la saldatura tra i settori dominanti della borghesia italiana e le organizzazioni mafiose. La contiguità delle organizzazioni criminali con il capitale si esprime nelle relazioni con i grandi gruppi economici, nella “infiltrazione” all’interno delle istituzioni borghesi, nell’alleanza con le squadracce fasciste, nell’utilizzo della manovalanza mafiosa per reprimere le proteste operaie e bracciantili. Le organizzazioni criminali divengono così strumento di conservazione del potere borghese di cui, nella configurazione attuale, sono un prodotto.

Oggi i grandi clan agiscono come grandi soggetti economici su scala locale e internazionale e svolgono, inoltre, un lavoro di riciclaggio del denaro di provenienza illecita che viene così immesso all’interno del sistema economico divenendo funzionale al processo di accumulazione capitalistica. La lotta alle mafie in Italia è stata ed è strutturalmente parte della lotta di classe, come ci insegna l’esperienza dei militanti comunisti come Peppino Impastato. Il Fronte Comunista rifiuta la retorica della lotta istituzionale alle mafie, che nasconde il suo legame con la proprietà privata e dimentica il sangue versato dai proletari, contrapponendo alla criminalità la “giustizia borghese” da applicarsi, in senso repressivo, solo al proletariato quando, invece, l’integrazione dei capitali mafiosi nel capitale finanziario è completa.

L’imperialismo italiano è pienamente coinvolto e partecipa attivamente alla competizione interimperialista in diversi punti caldi del pianeta, promuovendo, nell’ambito dell’alleanza euro-atlantica, gli interessi specifici dei propri monopoli (ad esempio, di ENI) nel Mediterraneo Orientale e Centrale, in Africa Settentrionale, in particolare in Libia e, in generale, nel continente africano, in Medio Oriente, con una moltiplicazione di missioni militari, diplomatiche e di “cooperazione” all’estero che coinvolgono circa 8.000 soldati e una costante crescita delle spese militari (dodicesima posizione su scala mondiale) e del commercio di armi (nona posizione).

Per reperire risorse a sostegno di banche e monopoli, per le guerre imperialiste, per mantenere il Vaticano e l’apparato repressivo-burocratico dello stato borghese, si riducono salari e pensioni, si smantella lo stato sociale con tagli alle prestazioni e crescenti privatizzazioni dei servizi pubblici essenziali. Cresce la disoccupazione, soprattutto giovanile e femminile, ciò che rimane della sanità, dell’assistenza, della scuola e dell’università pubbliche viene modellato sugli interessi dei padroni, mentre l’ambiente e il territorio sprofondano nel più spaventoso degrado naturale e sociale. È maturo il momento di rilanciare la lotta di classe, organizzata e diretta dai comunisti, per porre fine a questa drammatica deriva e abbattere il sistema che inevitabilmente la genera.

IL MOVIMENTO OPERAIO ITALIANO

La classe operaia in Italia ancora oggi costituisce la componente del lavoro dipendente numericamente più consistente, anche se molte delle grandi concentrazioni industriali sono state smantellate per effetto di una ristrutturazione che fa ampio ricorso all’outsourcing, al decentramento produttivo, talvolta con delocalizzazione degli impianti all’estero e alla sostituzione tecnologica. Lo sviluppo della scienza e della tecnica, posto al servizio del capitale, ha fatto nascere nuove figure professionali che forniscono servizi, materiali e immateriali, non solo complementari, ma addirittura integrati nel processo di produzione della ricchezza materiale e di estrazione del plusvalore. Si tratta di figure che vanno a ingrossare le file del proletariato del lavoro manuale e intellettuale in un mercato del lavoro sempre più precarizzato e flessibilizzato, spesso giuridicamente inquadrati come imprese individuali, soci lavoratori di cooperative, o liberi professionisti con partita IVA. In realtà, si tratta di lavoratori contoterzisti senza tutele che svolgono mansioni parcellizzate nel processo produttivo senza averne il controllo, senza alcun contatto diretto con il mercato e senza alcuna autonomia dal committente e da questo ricattabili. Questa dispersione del proletariato è un potente ostacolo alla sua organizzazione autonoma e alla sua unità, con pesanti ricadute in termini di perdita della coscienza di classe e di combattività, a cui hanno gravemente contribuito la deriva revisionista e riformista del PCI, quella opportunista della sinistra radicale a questo succeduta e l’involuzione concertativa, per non dire collaborazionista, dei sindacati confederali. Oltre alla dispersione oggettiva in un tessuto produttivo pulviscolare dal punto di vista funzionale, ma concentrato dal punto di vista finanziario, anche queste deviazioni soggettive hanno contribuito a cancellare l’identità di classe. Anche se il drastico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro del proletariato, dovuto al rapido susseguirsi e approfondirsi dei cicli di crisi, all’emergenza sanitaria da COVID-19 e alla conseguente ristrutturazione che, in risposta ad essa, il capitale sta portando avanti hanno generato focolai di resistenza sociale nei settori più avanzati della classe, siamo ancora ben distanti da una ripresa della combattività a livello di massa, necessaria per respingere l’offensiva del capitale e passare al contrattacco.

Alle difficoltà create dalla dispersione territoriale della forza lavoro si aggiunge la sua frammentazione in una galassia di sigle sindacali, spesso impegnate più a combattersi tra loro che ad organizzare i lavoratori, a fronte di un tasso di sindacalizzazione basso e in costante diminuzione. Il sindacalismo di base, pur presentando una maggiore combattività rispetto ai sindacati confederali, in generale tende a riprodurre, in piccolo, alcuni processi degenerativi di questi e sembra aver terminato il proprio ciclo con la tentazione di trasformarsi in organizzazioni politiche di tipo movimentista, che non sono né partiti, né sindacati e che privilegiano rivendicazioni sociali di carattere generale anziché organizzare il conflitto di classe nei luoghi di lavoro. Da questo contesto di arretratezza del sindacalismo di base emergono solo alcuni settori di sindacalismo conflittuale, che si pongono anche, in prospettiva, la necessità della costruzione del sindacato di classe in Italia e che, in controtendenza, sono stati in grado di condurre importanti cicli di lotte in alcuni settori – come ad esempio quello della logistica, in cui facchini e operai sono riusciti a conquistare con battaglie durissime aumenti salariali, un concreto miglioramento della condizioni di vita, una parziale riduzione dei ritmi di lavoro e ampie stabilizzazioni di precari e interinali – da cui bisogna trarre lezioni utili ed esempi da poter mostrare ai lavoratori meno combattivi. A questa condizione complessiva di estrema debolezza della classe operaia e dei lavoratori occorre porre rimedio rapidamente, lavorando per favorire il difficile e contraddittorio processo di ricomposizione sindacale e di classe, in cui i comunisti devono essere impegnati in prima fila, lavorando per ricostruire l’unità dei lavoratori, elevarne la combattività e organizzarla per far fronte in modo efficace all’attacco del capitale con una nuova stagione di lotte non solo difensive, ma anche offensive, che abbiano non solo una caratterizzazione economica, ma anche politica di chiaro orientamento antimonopolista e anticapitalista. In quest’ottica, il Fronte Comunista promuove l’unità d’azione dei sindacati più conflittuali, per raggruppare i lavoratori più combattivi in un fronte che sappia rilanciare la lotta di classe e opporsi efficacemente ai piani di ristrutturazione che il padronato sta portando avanti con determinazione e compattezza. È solo attraverso l’impegno diretto nelle lotte, il loro sviluppo e la loro direzione che i comunisti possono radicarsi nella classe operaia e tra i lavoratori e assumere realmente il ruolo di loro avanguardia organizzata. Al tempo stesso, il Fronte Comunista opera per il coordinamento internazionale delle lotte sindacali, attraverso una stretta collaborazione dei sindacati di classe italiani con la Federazione Sindacale Mondiale. Questa è l’unica via percorribile per la costruzione, da un lato, di un vero sindacato di classe e, dall’altro lato, di un blocco sociale rivoluzionario, raggruppato intorno alla classe operaia.

LA COSTRUZIONE DEL PARTITO COMUNISTA

La deviazione revisionista e riformista del PCI ha caratterizzato progressivamente la linea del Partito per tutto il dopoguerra – dalla teoria della via italiana al socialismo fino all’eurocomunismo – ed è culminata con il suo scioglimento e la sua trasformazione in Partito Democratico della Sinistra nel 1991, privando di fatto la classe operaia italiana del proprio partito d’avanguardia. Anche i partiti che, dopo lo scioglimento del PCI, hanno continuato a fare riferimento al comunismo nel nome e nel simbolo sono caratterizzati da deviazioni opportunistiche di destra e di sinistra. L’orizzonte parlamentare ha caratterizzato totalmente l’attività di questi partiti, con risultati inconcludenti, sancendo un sempre maggiore distacco dalla classe operaia e le masse popolari. Le derive parlamentariste – anche in assenza di eletti – e la ricerca spasmodica della presenza mediatica hanno sostituito l’attività di direzione e l’impegno militante nel conflitto di classe e nelle lotte reali.

Le infinite divisioni e le pratiche inconcludenti che, alla prova dei fatti, segnano il fallimento di quei partiti impongono il superamento di tali esperienze e delle pratiche opportuniste degli ultimi trent’anni. Il Fronte Comunista si pone l’obiettivo di dar vita ad un percorso costituente comunista che eviti di ripercorrere pratiche che si sono già dimostrate fallimentari, che abbia la consapevolezza di non aver più nulla da amministrare e affronti la sfida di ricostruire una soggettività politica nuova, mantenendo la fedeltà del legame indissolubile ai principi del marxismo-leninismo, restando anche al passo con i tempi nell’elaborazione teorica e nella prassi rivoluzionaria.

Quello che dobbiamo costruire è un partito comunista che sappia confrontarsi con il difficile compito, in un contesto ancora parcellizzato e disorganizzato, di riconnettere l’avanguardia politica rivoluzionaria ai settori più avanzati e combattivi dei lavoratori, impegnandosi sul piano della lotta di classe effettiva e non su quello dell’auto-rappresentazione in un conflitto di classe simulato. Solo ripartendo dalle pratiche di lotta reale è possibile edificare la struttura politica che organizza l’avanguardia del soggetto rivoluzionario, libera dagli strascichi delle esperienze opportuniste del passato e del presente. Tutti i partiti che in Italia si sono posti come eredi dell’esperienza del PCI si sono limitati, in varie forme, a concepire la costruzione di un partito comunista esclusivamente sul piano elettorale, finendo per non fare altro che basare la propria esistenza sull’amministrazione del residuo consenso accumulato dal partito storico e dimostrandosi incapaci di conquistare settori di classe operaia alla causa del socialismo. Si tratta di una concezione che va combattuta attivamente e da cui trarre la consapevolezza che senza la capacità di far acquisire coscienza di classe ai lavoratori più attivi e conflittuali, senza la comprensione dell’impossibilità di separare la costruzione organizzativa dal movimento reale della classe operaia, senza costituire un punto di riferimento concreto per la lotta dei lavoratori combattivi in modo che essi si inquadrino nel partito comunista come reparto d’avanguardia della classe operaia, non sarà possibile invertire la spirale distruttiva che ha colpito le organizzazioni di classe in Italia. Queste esperienze ci portano, perciò, a ritenere che qualsiasi ipotesi di fusioni a freddo tra organizzazioni sia da scartare perché destinata a fallire.

C’è bisogno, quindi, di costruire un partito che sia fortemente radicato tra la classe operaia e i lavoratori, capace di coniugare l’affermazione dell’identità ideologica comunista sul piano teorico con la partecipazione effettiva alla lotta di classe e la sua direzione sul piano pratico, pronto ad affrontare qualsiasi evenienza e a impegnarsi su qualsiasi terreno di lotta. Un partito che, guardando in modo critico e autocritico alla storia del movimento comunista, riunisca in sé la continuità con quanto di più avanzato e rivoluzionario quell’esperienza ha prodotto e la rottura decisa con degenerazioni quali il revisionismo, il riformismo, l’opportunismo, il trotzkismo, l’estremismo, il dogmatismo, l’eclettismo ideologico e il burocratismo. Un partito che fondi la sua analisi sul materialismo storico e sul materialismo dialettico e assuma la teoria rivoluzionaria marxista-leninista come guida per una prassi altrettanto rivoluzionaria, educandovi i propri militanti e contribuendo al suo sviluppo creativo.

Mantenendo al centro della propria azione politica l’obiettivo di rovesciare il capitalismo e il potere borghese con la rivoluzione proletaria e socialista, il Fronte Comunista opera nello spirito dell’internazionalismo proletario, sia praticando la solidarietà con i rifugiati e i lavoratori immigrati, sia rafforzando i legami con i Partiti Comunisti e Operai degli altri paesi, scambiando con loro analisi, opinioni ed esperienze, sostenendo sempre chi lotta contro l’oppressione imperialista e operando attivamente per il rafforzamento delle strutture di coordinamento del Movimento Comunista Internazionale, dell’Iniziativa Comunista Europea e della Rivista Internazionale Comunista.  nella prospettiva di una strategia rivoluzionaria concordata a livello internazionale.

Il pieno raggiungimento dell’uguaglianza tra i popoli deve costituire un obiettivo irrinunciabile dei comunisti: tale obiettivo può e deve essere perseguito attraverso il riconoscimento del diritto di ogni nazione e di ogni popolo ad autodeterminarsi e del diritto di ogni minoranza nazionale, etnica o linguistica al pieno e libero sviluppo. Il diritto all’autodeterminazione dei popoli e delle nazioni deve sempre essere declinato secondo quelli che sono i reali interessi del proletariato e dello sviluppo della lotta di classe.  Al contempo, la storia ha dimostrato che le aspirazioni nazionali possono essere usate come strumento pienamente integrato nei piani imperialisti, come avvenuto ad esempio nello smembramento della ex Jugoslavia e della stessa URSS.

Nelle condizioni di arretratezza e debolezza in cui versa attualmente il movimento operaio italiano, la costruzione di un blocco rivoluzionario anticapitalista di forze sociali, che raggruppi lavoratori della città e della campagna, della scienza e della cultura, disoccupati, lavoratori autonomi e piccoli imprenditori in via di proletarizzazione – a condizione che non attuino rapporti di sfruttamento capitalistico della forza lavoro altrui -, non può prescindere dalla preventiva ricostituzione dell’unità, dell’autonomia, della combattività e della coscienza di classe del proletariato come classe “per sé”. Questo lavoro propedeutico è dovere primario del Fronte Comunista e deve essere teso ad armare la classe operaia di un programma rivoluzionario che le consenta di essere egemone all’interno del blocco sociale riunito intorno ad essa e di fare in modo che i suoi alleati ne condividano gli interessi e gli obiettivi di classe come propri e universali. Il blocco sociale alleato della classe operaia deve diventare, sotto la guida del Partito, il motore della rivoluzione socialista in Italia, per abbattere il capitalismo e il potere politico della borghesia, instaurare la dittatura proletaria, la più alta ed estesa forma di democrazia che l’umanità conosca e avviare così la costruzione del socialismo-comunismo. Parlare di alleanze della classe operaia con altri strati sociali senza averne prima consolidato l’unità, la capacità egemonica, la coscienza di sé e del proprio compito storico come classe che, liberando sé stessa, libera l’intera società, significa cadere in una pericolosa deviazione interclassista che conduce alla perdita dell’autonomia, alla subalternità e alla sconfitta.

Il Fronte Comunista lotta contro tutte le discriminazioni e conseguentemente per l’uguaglianza civile e sociale tra le persone, indipendentemente dall’età, dall’appartenenza etnica, dalla fede religiosa, dal sesso, dall’identità di genere e dall’orientamento sessuale, che in un contesto di coscienza di classe non elevata possono costituire fattori di divisione del proletariato. Ci battiamo attivamente contro ogni discriminazione all’interno della classe operaia che ne pregiudichi l’unità. La piena uguaglianza non è solo obiettivo della nostra azione, ma anche principio fondante del Fronte Comunista. Come critichiamo le posizioni che nascondono un generale disinteresse rispetto a queste tematiche dietro la pur vera centralità del conflitto di classe, così respingiamo con fermezza quelle posizioni che considerano i giovani, le donne, gli orientamenti sessuali come categorie sociali a prescindere dall’appartenenza di classe, come “nuovi soggetti” agenti del cambiamento della società. La lotta per i diritti civili, infatti, è strettamente legata a quella per i diritti sociali, che soli permettono all’uguaglianza formale di dispiegarsi in uguaglianza sostanziale, raggiungibile solo eliminando le diseguaglianze connaturate al capitalismo e alla divisione in classi della società.

Il Fronte Comunista deve attrezzarsi, ideologicamente, organizzativamente e politicamente ad esercitare la propria direzione in modo non settario, ma mantenendo ferma la propria autonomia ideologico-organizzativa e tenendo ferma la barra del timone nella direzione della rivoluzione socialista. La necessaria flessibilità dell’azione tattica non dovrà mai rappresentare un arretramento o una deviazione dai principi del marxismo-leninismo, né un’abdicazione agli obiettivi rivoluzionari, né una caduta in un deleterio unitarismo con altre forze politiche. Il Fronte Comunista esclude la propria partecipazione a coalizioni di centrosinistra, ad alleanze politiche ispirate a fumosi progetti di “unità della sinistra” o di “unità delle forze democratiche” e rifiuta qualsiasi appoggio a governi borghesi, comunque vestiti, socialdemocratici o liberal-conservatori che siano.

Il Fronte Comunista è consapevole del carattere illusorio della democrazia borghese, che altro non è che una delle forme in cui si attua la dittatura del capitale, ma non può essere indifferente a restrizioni in senso autoritario degli spazi democratici, ancorché formali. Mantenendo alta la vigilanza antifascista nello spirito autentico della Resistenza, il Fronte Comunista si oppone con forza alla repressione poliziesca e al controllo sociale, così come a qualsiasi tentativo di stravolgere ulteriormente la Costituzione. Pur rimanendo una costituzione borghese, essa segna il limite dei diritti democratici al di sotto del quale non si può scendere e una sua riscrittura in senso reazionario non può che peggiorare le condizioni della nostra lotta. Non difesa dello status quo, dunque, ma difesa di quanto rimane dei diritti allo scopo di forzarne l’ampliamento.

I comunisti ritengono che, ai fini della conquista del potere da parte della classe operaia, la lotta parlamentare non sia determinante, ma debba essere comunque praticata, dove e quando sia possibile e utile, insieme ad altre forme di lotta rivoluzionaria, in quanto fornisce una verifica dell’efficacia del lavoro politico svolto, una tribuna visibile da cui diffondere il proprio programma rivoluzionario e denunciare alle masse l’inganno della democrazia borghese, svelandone il carattere oppressivo. L’azione parlamentare per i comunisti, come è ben espresso dalle parole di Antonio Gramsci, deve essere «[…]intesa come azione che tende a immobilizzare il Parlamento, a strappare la maschera democratica dalla faccia equivoca della dittatura borghese e farla vedere in tutto il suo orrore e la sua bruttezza ripugnante. […] Solo per questi motivi rivoluzionari l’avanguardia cosciente del proletariato italiano è scesa nella lizza elettorale, si è solidamente piantata nella fiera parlamentare. Non per un’illusione democratica, non per un intenerimento riformista: per creare le condizioni del trionfo del proletariato, per assicurare la buona riuscita dello sforzo rivoluzionario che è diretto a instaurare la dittatura proletaria incarnantesi nel sistema dei Consigli, fuori e contro il Parlamento» (A. Gramsci, L’Ordine Nuovo, 15 novembre 1919, I rivoluzionari e le elezioni).

I comunisti non possono limitarsi solo alla predicazione delle loro finalità ultime, né concentrarsi esclusivamente sulla rivendicazione di obiettivi immediati. Devono, cioè, evitare sia inconcludenti derive massimalistiche che deviazioni riformiste. Tuttavia, devono individuare e stimolare occasioni di lotta che pongano in stretto legame l’obiettivo finale con le rivendicazioni tese a soddisfare bisogni immediati dei lavoratori, avendo la capacità di trasformare il loro istinto in coscienza di classe, di elevare la loro lotta dal livello puramente economico-sindacale a quello più propriamente politico, cioè – semplificando -, dalla rivendicazione di pane e lavoro a quella dell’assunzione della totalità del potere. Non si tratta, quindi, di avanzare rivendicazioni di riforme migliorative del sistema, ma di individuare alcuni fondamentali indirizzi di lotta su tutti i principali temi, con parole d’ordine che siano sentite e condivise dai lavoratori e che forzino al tempo stesso le compatibilità del sistema, portandone le contraddizioni ad uno stadio più alto e aprendone di nuove. Ogni nostra campagna di mobilitazione e di lotta sarà orientata secondo i seguenti principi:

Politica Internazionale

Lottare per la fine di ogni coinvolgimento dell’Italia nelle politiche imperialiste, per l’uscita dalla NATO e la chiusura di tutte le basi militari USA presenti sul territorio italiano. Per l’uscita dalla UE e dall’euro, legando sempre questa parola d’ordine a quella della lotta per il potere operaio e il socialismo, a partire dalla denuncia di tutte le norme europee che hanno colpito i diritti dei lavoratori e delle classi popolari.  Contrastare la politica imperialista che fa uso di sanzioni e di blocchi economici, le ingerenze e le destabilizzazioni, le minacce, le aggressioni e le occupazioni militari straniere, schierandosi in solidarietà attiva con i popoli, i lavoratori e i partiti comunisti dei paesi colpiti.

Per una politica estera orientata in senso chiaramente antimperialista e per la limitazione delle spese militari alle sole esigenze di difesa del popolo italiano.

Economia e sviluppo

Ripudiare la parte di debito sovrano detenuta da banche, istituzioni finanziarie e grandi speculatori, tutelando il piccolo risparmio. Vietare e impedire le delocalizzazioni con previsione di esproprio immediato per tutelare l’occupazione, promuovere un piano di ri-nazionalizzazione dei servizi privatizzati nel corso degli anni, sottoposto al controllo da parte dei lavoratori sulla base di una pianificazione centralizzata.  Colmare il divario esistente tra le aree del paese per quanto riguarda la produzione industriale e l’erogazione dei servizi con particolare riferimento alla condizione del meridione.

Immigrazione

Promuovere a ogni livello la solidarietà di classe tra proletari italiani e immigrati, contrastando ogni forma di guerra tra poveri e di propaganda razzista e xenofoba. Promuovere l’unità di classe e l’organizzazione politica e sindacale dei lavoratori indipendentemente dalla nazionalità.

Riportare il soccorso in mare e la gestione dell’accoglienza interamente sotto il controllo dello Stato, ispirato a principi solidaristici; rivendicare una reale integrazione a partire dalle richieste di asilo; rivendicare un ruolo attivo dello Stato che garantisca una reale integrazione e la piena fruizione dei diritti, a partire dalle richieste di asilo; sostenere la lotta dei lavoratori immigrati per la regolarizzazione rifiutando ogni misura che presupponga l’accettazione di condizioni di sfruttamento in cambio del permesso di soggiorno.

Lavoro

Affermare in ogni contesto il principio “lavorare meno, lavorare tutti”, rivendicare la piena occupazione e il miglioramento delle condizioni di lavoro – incremento di salari e pensioni, riduzioni dell’orario di lavoro a parità di salario, introduzione di un salario minimo, ripristino dell’indicizzazione dei salari al costo della vita, tutela della sicurezza sul lavoro e del lavoro -, svelando la contraddizione tra le possibilità offerte dallo sviluppo economico e il profitto dei capitalisti.  Rivendicare condizioni lavorative che concilino i tempi di lavoro e i tempi di vita, con particolare attenzione alla condizione delle donne, su cui concretamente si abbatte il maggior carico della cura domestica e familiare. Lottare dunque per rimuovere gli ostacoli esistenti, al fine di garantire la piena partecipazione femminile a tutti i livelli del mondo lavorativo.

Rivendicare l’abolizione delle forme di lavoro precario, delle esternalizzazioni e della somministrazione di lavoro,  ripristinare ed estendere le tutele normative a difesa dei lavoratori così come originariamente previste dallo Statuto dei Lavoratori, a partire dal diritto al reintegro per licenziamento ingiustificato e l’effettiva estirpazione del caporalato in ogni sua forma; lottare contro la frammentazione delle forme contrattuali che indebolisce la capacità di organizzazione dei lavoratori. Sul piano sindacale, lottare contro tutte le normative anti-sciopero e anti-sindacali, dalle leggi che impongono restrizioni sul diritto di sciopero agli accordi che limitano di fatto la libera rappresentanza sindacale; rivendicare il ripristino della piena efficacia della contrattazione collettiva nazionale e il principio generale della sua prevalenza su quella aziendale. Istituzione di un’indennità di disoccupazione, a tempo indeterminato fino alla proposta di nuova assunzione, non inferiore al 80% dell’ultimo salario percepito. Rafforzamento del controllo dei lavoratori sulle condizioni di sicurezza e salute sul lavoro; inasprimento delle pene per chi le disattende, effettiva prevenzione degli incidenti sul lavoro e delle malattie professionali.

Pensioni

Lottare per l’abbassamento dell’età pensionabile all’età di 60 anni, abbassata ulteriormente per i lavori usuranti, con una pensione minima equiparata ai salari di ingresso, abolendo le pensioni d’oro con un tetto massimo per manager, amministratori, banchieri e parlamentari.  Aumentare e parametrare le pensioni di invalidità al costo della vita e, comunque, ai bisogni della persona disabile.

Rivendicare la separazione tra previdenza e assistenza tramite l’istituzione di un unico sistema pensionistico pubblico che si alimenti dalla fiscalità generale e dall’incremento della produttività sociale, rifiutando l’idea che i trattamenti pensionistici siano destinati solo a peggiorare a causa dell’evoluzione demografica e dell’innalzamento della speranza di vita.

Fisco

Lottiamo per la riduzione generalizzata della tassazione sui redditi da lavoro con la prospettiva del suo azzeramento, poiché nel socialismo questa viene sostituita dall’appropriazione collettiva del plusvalore prodotto, cioè dalle entrate patrimoniali delle imprese socializzate. Sostenere come parole d’ordine immediate l’applicazione universale del criterio di progressività delle imposte e la cancellazione delle imposte indirette e sul consumo; l’incremento della tassazione dei grandi patrimoni e delle rendite; il contrasto attivo all’evasione e all’elusione fiscale eliminando ogni forma di condono, a fronte di un controllo dei lavoratori sulla destinazione del gettito fiscale.

Agricoltura

Espropriare senza indennizzo la grande proprietà terriera e tutte le aziende agricole compromesse con i sistemi di caporalato e con le organizzazioni criminali, predisponendo un piano per lo sviluppo e la salvaguardia della produzione agricola nazionale , a partire dalla gestione pubblica del collocamento.

Promuovere la riorganizzazione su base cooperativa, promuovendo la filiera corta e organizzando  una rete di servizi integrati, comprendenti anche la logistica che permetta la distribuzione diretta nelle città. Opposizione alla Politica Agricola Comune (PAC) della UE e ai Trattati di Libero Scambio che favoriscono i grandi monopoli del settore. Istituzione di un salario minimo garantito per i braccianti agricoli.

Sanità

Lottare per una sanità pubblica efficiente, potenziando gli investimenti strutturali in modo da garantire un adeguato numero di personale sanitario e presidi ospedalieri presenti sul territorio, organizzata in un unico sistema sanitario nazionale, contro la frammentazione regionale che minaccia il diritto alla salute. Investire maggiori risorse in strutture e in personale in ottica preventiva e non solamente di cura.

Lottare per il principio della gratuità universale della prestazione sanitaria, contro la logica delle “aziende sanitarie” che concepisce la prestazione medica come una merce; assicurare personale in numero di addetti (medici, specialisti, OSS, infermieri) adeguato alle necessità del popolo lavoratore; per l’abolizione dei ticket sanitari e di ogni forma di tassazione analoga che grava sui pazienti. Bloccare i tagli di bilancio e di personale, i processi di privatizzazione e nazionalizzare la sanità privata.  Abolire l’obiezione di coscienza prevista dalla legge 194/78 e implementare i consultori familiari e i servizi sanitari per l’infanzia e l’adolescenza.

Rivendicare gratuità e accessibilità di servizi sociali pubblici (servizi alla disabilità, servizi agli anziani), affinché siano anche uno strumento di affrancamento dei lavoratori e delle lavoratrici dagli obblighi di cura.

Casa e questione abitativa

Per l’affermazione reale del diritto alla casa, con affitti commisurati al salario percepito, contro la rendita immobiliare e la speculazione, a partire dall’istituzione di una vera gestione pubblica e funzionante dell’edilizia popolare, con attenzione al rilancio e alla manutenzione del patrimonio edilizio pubblico. Svelare la contraddizione tra la disponibilità materiale di abitazioni per tutti e la proprietà capitalistica che finisce per negarla, rivendicando l’esproprio senza indennizzo dei grandi patrimoni immobiliari delle banche, dei costruttori, degli immobiliaristi, delle assicurazioni e del Vaticano, insieme a una politica di assegnazione rivolta alle famiglie in attesa di una casa popolare e delle giovani coppie.

Istruzione

Rivendicare un’istruzione pubblica, gratuita, accessibile a tutti, che risponda agli interessi collettivi della società e delle classi popolari e non a quelli delle imprese e del capitale. Lottare contro il processo di aziendalizzazione e privatizzazione delle scuole e dell’università, promosso anche dal “processo di Bologna”, l’asservimento dell’istruzione agli interessi delle imprese e il divario sempre maggiore tra istruzione liceale e istruzione tecnica e professionale, contrapponendo il principio della conoscenza alla logica delle competenze. Abolire i finanziamenti all’istruzione privata e promuovere lo sviluppo della ricerca scientifica slegata dalle logiche del profitto e finalizzata al soddisfacimento delle necessità collettive, anche attraverso il fondamentale e oggi trascurato settore della pianificazione economica.

Rivendicare l’innalzamento dell’istruzione obbligatoria fino all’età di 18 anni, l’abolizione dell’autonomia scolastica e universitaria, piani nazionali per il diritto allo studio e per l’edilizia scolastica e universitaria. Abolizione del numero chiuso per l’accesso ai corsi di laurea universitari. Lottare per un’istruzione che sia di qualità in tutto il territorio nazionale, difendendo il valore legale dei titoli di studio.

Cultura e Sport

Promuovere il pieno sviluppo della persona umana, sostenendo la produzione e la diffusione della cultura e dell’attività sportiva, con particolare attenzione alla valorizzazione dei quartieri popolari e di periferia. Istituire un piano nazionale per la cultura, incrementando le possibilità di accesso gratuito a musei, teatri, cinema; difendere il patrimonio artistico del Paese, gli enti e i beni culturali minacciati dalla logica del profitto.  Istituire un piano nazionale per la valorizzazione dei patrimoni artistico, architettonico, archeologico e paesaggistico.

Garantire l’accesso universale e gratuito allo sport, promuovere attivamente uno sport popolare, diffuso e di qualità contro la mercificazione operata oggi dal capitale.

Istituzioni, Parlamento e ordinamento dello Stato

Contrastare ogni compressione in senso peggiorativo della democrazia borghese. Sul piano elettorale, sosteniamo il principio proporzionale puro “una testa, un voto”, contro ogni soglia di sbarramento, premi di maggioranza e formule maggioritarie; rifiutiamo inoltre ogni proposta di riforma della forma di governo in senso presidenzialista. Sosteniamo l’istituzione del vincolo di mandato e della possibilità di revoca per tutti i parlamentari. Promuoviamo il diverso principio di rappresentanza diretta dei lavoratori, tramite l’elezione nei luoghi di lavoro e in assemblee territoriali. Lottiamo per la cancellazione del vincolo del pareggio di bilancio dalla Costituzione, per l’abrogazione degli accordi tra Stato e Chiesa in favore di una reale laicità dello Stato, per la modifica delle divisioni di competenze tra Stato e Regioni nel Titolo V della Costituzione al fine di assicurare l’uniformità dei servizi sociali e del sistema sanitario su tutto il territorio nazionale.

Giustizia e Sicurezza

Affermare la necessità di una netta inversione di una giustizia che è appannaggio esclusivo degli interessi delle classi dominanti. Opporsi fermamente a ogni inasprimento delle norme repressive e alla logica della “sicurezza” che mirano a colpire la lotta dei lavoratori – come i Decreti Sicurezza – e a gestire il disagio sociale, la criminalità e la microcriminalità esclusivamente come un problema di ordine pubblico.  Affermare la necessità di una giustizia riabilitativa e non punitiva, della riqualificazione delle carceri, del rispetto della dignità dei detenuti, del potenziamento dell’istruzione e della formazione carcerarie nonché del prevalente ricorso delle pene alternative alla detenzione per i piccoli reati.

Sostenere la piena democratizzazione di tutte le Forze Armate e delle forze di Polizia, l’integrazione dei loro organici con quadri di provenienza proletaria a partire dai massimi gradi, garantendo la piena libertà sindacale.

Ambiente

Il cambiamento climatico e la devastazione ambientale sono un prodotto delle leggi di anarchia produttiva e di massimizzazione del profitto capitalistico che producono un irrazionale uso delle risorse naturali. Affermiamo la necessità che gli ambiti economico, sociale e delle scienze siano guidati dai principi della compatibilità ambientale e del rispetto dei tempi di rigenerazione delle risorse naturali. Lo sviluppo economico deve essere guidato da una pianificazione che tenga conto dei bisogni dell’umanità intera che guardi alla soddisfazione delle necessità delle generazioni presenti e future.

Affermare il principio della salvaguardia del patrimonio ambientale e paesaggistico dell’Italia e la necessità di un piano di riconversione energetica nazionale che  insieme alle fonti di energia rinnovabili, promuova l’obiettivo della massima efficienza energetica  e contestualmente la ricerca e lo sviluppo tecnologico, restando ancorato all’obiettivo strategico dell’indipendenza energetica.  Istituire un piano nazionale di messa in sicurezza dei territori dal rischio idrogeologico, per misure e infrastrutture di sicurezza adeguate per la prevenzione anti-alluvioni, anti-sismica e anti-incendio in contrapposizione alle grandi opere inutili.

Rivendicare il diretto intervento dello Stato in materia ambientale, ad esempio: nazionalizzazione dell’intero ciclo dello smaltimento e del riciclo dei rifiuti per sottrarlo  alla logica del profitto, perseguita anche dalle organizzazioni criminali che operano nel settore, sequestro dei fondi delle società responsabili delle devastazioni ambientali al fine di finanziare i lavori di bonifica fino alla piena copertura dei costi, ammodernamento degli impianti produttivi ai fini della riduzione dell’impatto ambientale.  contrasto e prevenzione delle devastazioni ambientali, prevenzione delle problematiche causate dal cambiamento climatico, tutela della biodiversità, promozione della sicurezza alimentare.

Si tratta di rivendicazioni – e non proposte di riforma – che partono dalla considerazione dei bisogni essenziali, immediati, dei lavoratori, le quali devono essere legate dai comunisti alla lotta politica per il socialismo perché aprono contraddizioni evidenti col capitalismo e dimostrano la necessità del suo superamento. Esse sono materialmente praticabili, ma entrano in profondo contrasto con gli interessi dei grandi monopoli e della borghesia come classe ed in ciò risiede il nesso tra queste rivendicazioni e la lotta politica per il socialismo-comunismo. Non è vero che manchino le risorse per attuare questi obiettivi. Semplicemente esse si trovano nelle casseforti dei capitalisti, ai quali devono essere sottratte e poste a disposizione dello sviluppo delle forze produttive con un cambiamento rivoluzionario del modo di produzione attuale, cosa che evidenzia l’importanza centrale della lotta per la conquista del potere da parte della classe operaia in modo tale da poter applicare precise misure di politica economica, che avviino la creazione della base tecnico materiale del socialismo-comunismo, quali ad esempio:

      • espropriazione senza indennizzo e socializzazione delle banche, delle società finanziarie, dei fondi speculativi e delle assicurazioni;
      • espropriazione senza indennizzo e socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio e dei settori dell’estrazione delle materie prime e dell’energia, della comunicazione, della distribuzione, dei trasporti e della logistica;
      • monopolio statale sul commercio estero, improntato sulla base di vantaggi reciproci, cooperazione, equità e parità dei contraenti;
      • lotta alla rendita parassitaria, in una prima fase attraverso la tassazione dei grandi patrimoni e delle transazioni finanziarie speculative, successivamente con la loro espropriazione e socializzazione;
      • ripudio del debito pubblico contratto dallo stato borghese ad esclusione delle quote detenute dal piccolo risparmio “privato”;
      • combattere qualsiasi forma di sottrazione di risorse allo sviluppo della società, dall’evasione e dall’elusione fiscale, alla corruzione e alla concussione nell’apparato statale e nella pubblica amministrazione, prevedendo la confisca del patrimonio tanto per il corrotto che per il corruttore;
      • abolizione di tutti i privilegi fiscali della Chiesa Cattolica e delle altre confessioni religiose, delle politiche di agevolazione e dei trasferimenti statali in loro favore;
      • eventuale collocamento dei titoli del debito pubblico attraverso sottoscrizione diretta dei risparmiatori, sottraendolo così al ricatto della speculazione internazionale.

Le risorse così liberate dai vincoli dell’appropriazione privata da parte di una minoranza di sfruttatori e parassiti potranno essere destinate allo sviluppo delle forze produttive e al soddisfacimento dei bisogni materiali e spirituali della maggioranza della società.

LA QUESTIONE DEL POTERE

Il rovesciamento rivoluzionario del potere borghese e l’instaurazione della dittatura proletaria sono obiettivi strategici del Fronte Comunista per avviare la costruzione del socialismo-comunismo nel nostro paese come parte della rivoluzione proletaria e socialista mondiale. La crisi generale del capitalismo, che caratterizza la nostra epoca, determina il sorgere, anche in Italia, delle condizioni oggettive per la maturazione di una crisi rivoluzionaria. Mancano ancora, tuttavia, le condizioni soggettive, cioè la presenza di un soggetto rivoluzionario organizzato, cosciente del proprio compito storico e in grado di aggregare intorno a sé, con capacità egemonica, un blocco sociale anticapitalista che ne condivida posizioni e obiettivi.

La crisi rivoluzionaria si manifesta come crisi generale di tutta una nazione “quando gli ‘strati inferiori’ non vogliono più essere governati come prima (fattore soggettivo) e gli ‘strati superiori’ non possono più governare come prima (fattore oggettivo)”, in una relazione dialettica tra l’indebolimento della classe dominante al punto di non esser più in grado di dirigere la società e la piena presa di coscienza, da parte dei settori politicamente più avanzati della classe operaia, della necessità di una rottura rivoluzionaria. Solo l’esistenza e la combinazione dei fattori oggettivi e soggettivi può rendere possibile la trasformazione di una situazione rivoluzionaria in un effettivo rovesciamento rivoluzionario, mentre in condizioni di debolezza organizzativa o di arretratezza politica del proletariato come soggetto, la crisi rivoluzionaria sfocia in una “tremenda reazione” della borghesia, come ci ha insegnato l’avvento al potere del fascismo.

Il Fronte Comunista è impegnato a sviluppare il fattore soggettivo, a creare un partito  di tipo bolscevico che sia avanguardia della classe operaia e ad accumulare le forze per la rivoluzione con un’azione ideologica, politica e organizzativa che rinsaldi il legame con la classe operaia, ne favorisca la ricomposizione e, attraverso la diffusione al suo interno del socialismo scientifico e dell’ideologia marxista-leninista, determini la presa di coscienza della necessità del cambiamento rivoluzionario. Un’azione che deve essere condotta sia a livello nazionale che internazionale, in stretto coordinamento con il Movimento Comunista Internazionale per rafforzarne l’unità su posizioni coerentemente marxiste-leniniste e rivoluzionarie, contro qualsiasi forma di opportunismo, riformismo e revisionismo al suo interno.

La battaglia di opposizione ai governi borghesi di qualsiasi tipo, per l’attuazione degli obbiettivi che il Fronte Comunista si è dato in questa fase, dovrà essere condotta su molteplici livelli, principalmente nelle piazze, nei luoghi di lavoro e di studio, ma anche, quando possibile e utile, nelle assemblee istituzionali elettive. Il suo esito dipenderà dalla capacità che la classe operaia e il blocco sociale, raggruppato intorno ad essa, avranno di mettere in crisi qualsiasi governo borghese e la sua legalità attraverso la lotta di massa, coinvolgendovi strati sempre più ampi di lavoratori, disoccupati di giovani e di donne. Saranno i rapporti di forza che concretamente si determineranno, lo sviluppo concreto delle forme di lotta e le sue dimensioni, a stabilire se il nuovo governo del blocco sociale rivoluzionario sarà una sua emanazione diretta, in un primo tempo senza percorsi elettorali, oppure se tale governo si formerà, come caso eccezionale, nell’ambito dei meccanismi formali della democrazia borghese.

Ciò che sarà determinante sarà il mantenimento di un legame indissolubile tra questo governo rivoluzionario, la classe operaia e le masse popolari, lo stimolo per una loro sempre più attiva partecipazione al controllo e alla gestione della cosa pubblica, attraverso gli organi della dittatura proletaria – cioè i Consigli dei delegati dei lavoratori a tutti i livelli, dalla fabbrica ai vertici dello Stato – e i meccanismi della democrazia delegata. Nella fase precedente la rivoluzione, i Consigli dei delegati dei lavoratori, che devono essere costituiti in ogni fabbrica e luogo di lavoro, sono i fondamentali organi di lotta attorno ai quali si raggruppano le forze rivoluzionarie. Essi preconizzano la sostanza e la forma del futuro stato socialista e devono diventare la fucina del potere operaio, creando una situazione di contrasto al potere borghese, un dualismo che la rivoluzione risolverà a favore del proletariato.

Il Fronte Comunista, sulla base dell’esperienza storica, è consapevole che non esistono “vie parlamentari”, pacifiche, di transizione al socialismo, né fasi intermedie di graduali riforme di struttura. Si tratta di illusioni gravemente fuorvianti, frutto dell’elaborazione revisionista delle “vie nazionali al socialismo” adottata al XX Congresso del PCUS ed entrata a far parte dell’arsenale teorico dell’opportunismo. Come Lenin e Gramsci ci hanno insegnato, lo Stato borghese non si conquista con maggioranze parlamentari, ma si abbatte, sostituendolo con la “macchina” dello Stato proletario. La teoria della “conquista dello stato”, della semplice occupazione della “stanza dei bottoni”, è uno dei principali limiti che contestiamo al cosiddetto “socialismo del XXI secolo” e a quelle esperienze che ad esso si ispirano, incapaci di uscire dall’ambito capitalistico e di sconfiggere il potere borghese. In forza di queste considerazioni,  riteniamo che la rivoluzione socialista sia il risultato dell’accumulazione di forze e della combinazione di tutte le forme di lotta della classe operaia, respingiamo con uguale forza sia l’attendismo e il cretinismo parlamentare, che l’avventurismo insurrezionalista.

IL SOCIALISMO-COMUNISMO

Il socialismo è lo stadio iniziale, il primo gradino della società comunista. Si sviluppa sulla base di leggi generali e comuni a tutti i paesi, con caratteristiche relativamente indipendenti dalle loro peculiarità nazionali, culturali e storiche.

Il Fronte Comunista, nel solco dell’elaborazione marxista-leninista, individua i seguenti caratteri generali del socialismo, che sono anche i fini che il Fronte Comunista persegue:

      • la conquista del potere politico, totale e indiviso, da parte della classe operaia e dei suoi alleati e l’instaurazione della dittatura proletaria, massima forma di democrazia in quanto dittatura della maggioranza degli sfruttati sulla minoranza di sfruttatori;
      • la socializzazione dei mezzi di produzione, che abolisce la proprietà privata su di essi e la sostituisce con la proprietà sociale in capo allo Stato;
      • la pianificazione scientifica centralizzata della produzione e della distribuzione sotto controllo dei lavoratori;
      • il principio generale della distribuzione “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro”.

Non esistono paraventi “storici” o “nazionali” che possano giustificare, in tutto o in parte, la negazione o l’assenza di questi caratteri generali del socialismo.

La dittatura proletaria

Poiché “lo Stato è l’organizzazione del dominio politico-giuridico di una classe sulle altre” (K. Marx), qualsiasi stato è sinonimo di dittatura. In ogni stato/dittatura, a seconda dei rapporti di forza tra le classi e al grado di asprezza del loro scontro in un dato momento storico, possono prevalere, di volta in volta, ora gli aspetti coercitivi, autoritari, ora aspetti più consensuali e democratici.

La dittatura proletaria, in quanto esercizio del dominio della maggioranza di sfruttati sulla minoranza di sfruttatori, è la più alta ed estesa forma di democrazia, la più avanzata e ultima organizzazione statuale. Gli organi principali della dittatura proletaria che sostituiranno le istituzioni parlamentari borghesi, dando vita alla democrazia consiliare a partire dai luoghi di lavoro, sono i Consigli dei delegati dei lavoratori che, partendo dal Consiglio dell’unità produttiva, si articolano verticalmente fino al livello centrale dello Stato e fondono in sé i poteri legislativo ed esecutivo, in modo da garantire che le decisioni siano immediatamente attuate da chi le ha prese. I delegati sono eletti dai lavoratori stessi non territorialmente, ma sulla base del luogo di lavoro, con vincolo e revocabilità del mandato e vengono distaccati solo per le sedute plenarie degli organismi di cui fanno parte, continuando a rimanere in produzione, senza privilegi economici. In questo modo si garantisce che vi sia un vero controllo dal basso e che lo Stato sia effettivamente espressione del potere operaio senza che si formi uno strato di politici di professione staccato dal mondo del lavoro e dalla società. Gli organi della dittatura proletaria basano il proprio funzionamento sulla democrazia delegata e sul centralismo democratico, in modo da evitare l’assemblearismo permanente: massima dialettica interna, massimo decentramento della discussione e delle responsabilità, massima centralizzazione delle decisioni, subordinazione della minoranza alla maggioranza e delle istanze inferiori a quelle superiori. L’indispensabile ricerca del consenso, senza cedimenti di principio, all’interno del blocco sociale rivoluzionario che ha al suo centro la classe operaia, si coniuga, dunque, con il potere di coercizione nei confronti del nemico di classe.

Nell’ambito della dittatura proletaria, il partito comunista svolge il suo ruolo di autonoma forza dirigente d’avanguardia, propulsiva del processo di costruzione del socialismo-comunismo, egemone nella società e negli organi del potere operaio, senza sovrapporsi o sostituirsi a questi, ma mantenendo con essi una relazione dialettica nella necessaria distinzione di ruoli.

La dittatura proletaria non vieta di per sé l’esistenza di altri partiti e organizzazioni, purché agiscano nell’ambito del sistema socialista e ne rispettino Costituzione e leggi. Al contempo, favorisce lo sviluppo e l’articolazione di quella che Gramsci definisce “società civile” per distinguerla dalla “società politica”, cioè dall’organizzazione statuale.

Infatti, è l’esercizio stesso del potere proletario ad essere diverso da quello del potere borghese. Il proletariato, abolendo la proprietà privata dei mezzi di produzione e liberando la società dallo sfruttamento, da un lato non ha bisogno dello stesso, imponente apparato burocratico e repressivo di cui necessita la borghesia per conservare il suo dominio. Dall’altro lato, abolendo la proprietà privata, determina la progressiva scomparsa delle classi e, in ultima istanza, anche di sé stesso in quanto classe, in un percorso che porta alla graduale estinzione dello stato e all’autogoverno dei produttori che caratterizzeranno la fase avanzata del comunismo. È perciò naturale che, con la dittatura proletaria, molte funzioni statuali vengano assunte direttamente dalla “società civile”, anche se, in una prima fase di costruzione del socialismo, la lotta di classe generalmente tenderà ad inasprirsi a causa della resistenza della borghesia che, privata del potere politico ma pur sempre economicamente e internazionalmente forte e organizzata, sarà tentata di mettere in atto tentativi di restaurazione. Perciò gli organi della dittatura proletaria, preposti alla repressione della controrivoluzione e all’amministrazione della giustizia, dovranno essere vigilanti, efficienti e inflessibili fino alla definitiva eliminazione della borghesia come classe.

La socializzazione dei mezzi di produzione

La proprietà privata dei mezzi di produzione è all’origine di ogni conflitto sociale, poiché genera la divisione in classi della società, tra chi è proprietario e chi, non essendolo, è costretto a vendere la propria forza lavoro in cambio di un salario che gli permette solo di riprodursi socialmente come venditore di forza lavoro. Nel modo di produzione capitalistico, il valore che la forza lavoro produce in più rispetto a ciò che le è necessario per riprodursi (plusvalore), viene appropriato dal capitalista. Così si realizza lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nel capitalismo, a questa finalità di estrazione del plusvalore e di ottenimento di profitto viene oggettivamente subordinato ogni aspetto della vita umana.

La socializzazione dei mezzi di produzione consente invece di destinare quanto prodotto nel tempo di lavoro non necessario alla riproduzione della forza-lavoro non più al profitto privato, ma allo sviluppo multiforme della società intera. Le realizzazioni della scienza e della tecnica, in condizioni di proprietà sociale dei mezzi di produzione, permettono di incrementare la ricchezza sociale fino a costituire una solida base tecnico-materiale per il soddisfacimento dei bisogni della società, sia materiali che spirituali. In condizioni di proprietà sociale dei mezzi di produzione, il progresso tecnico-scientifico, anziché generare disoccupazione, determinerà una crescente riduzione del tempo di lavoro e, quindi, maggiore tempo libero che l’uomo può dedicare ad attività diverse. Con la socializzazione dei mezzi di produzione si attua la liberazione del lavoro dallo sfruttamento e si pongono le basi per la liberazione dal lavoro, inteso come attività forzata per la sopravvivenza.

L’allargamento progressivo dei rapporti economici socialisti, con il graduale superamento del carattere mercantile della produzione e dei rapporti di scambio basati sul denaro, permetterà la creazione, pianificata scientificamente, della base tecnico-materiale del comunismo, cioè della ricchezza sociale in grado di soddisfare le esigenze, individuali e collettive, materiali e spirituali, dell’intera società, liberata dallo sfruttamento e dal bisogno.

La pianificazione scientifica centralizzata

Il mercato e la concorrenza tra produttori, provocata dalla proprietà privata, generano spreco e distruzione di ricchezza sociale. La socializzazione dei mezzi di produzione consente di porre fine a questa disastrosa anarchia della produzione, ponendo le condizioni per l’attuazione della pianificazione della produzione, della distribuzione e dello scambio, che gradualmente perde il suo carattere mercantile.

Per allocare le risorse e stabilire gli obbiettivi produttivi nel modo più efficace e più funzionale al soddisfacimento dei bisogni della società, la pianificazione deve essere centralizzata e strettamente connessa all’esercizio di una delle funzioni principali della dittatura proletaria, il controllo da parte dei lavoratori, che deve garantire il corretto e preciso flusso di informazione e comunicazione dei bisogni e dei dati dal basso verso l’alto, dell’entità delle risorse allocabili e degli obbiettivi dall’alto verso il basso, vigilando sull’inderogabile realizzazione di quanto stabilito e sull’applicazione di eventuali correttivi. Con le tecnologie odierne, sia dal punto di vista dell’hardware che del software, ma anche delle reti informatiche che ormai interconnettono tutto il territorio, sarà possibile gestire ed elaborare questa mole di dati e informazioni in tempi rapidi: un processo di raccolta ed elaborazione dati esteso, capillare e trasparente che avrà nelle organizzazioni della classe lavoratrice, nelle varie unità produttive, un motore trainante e insostituibile della pianificazione e dell’edificazione socialista.

Il principio generale della distribuzione socialista

“Da ciascuno secondo le sue capacità” è un enunciato che afferma già di per sé un principio di giustizia sociale: nessuno, neppure la società nel suo complesso ha diritto di chiedere a un suo membro più di quanto questi può dare. Inoltre, presuppone che queste capacità non vengano umiliate o ridotte, ma al contrario, valorizzate e promosse, in quanto fonte di ricchezza sociale, insieme all’individuo che ne è portatore. Nel contempo, impegna ciascuno, cioè tutti, a contribuire al progresso e al benessere della società.

“A ciascuno secondo il suo lavoro” stabilisce il principio che il lavoro individuale non sia più sfruttato dal padrone privato, che si appropria del prodotto del lavoro altrui, ma che sia remunerato, in termini di salario diretto, indiretto (diritto alla casa, alla sanità gratuita, all’istruzione gratuita, alla cultura, alla sicurezza sul lavoro, alla assistenza alla maternità e all’infanzia, alla garanzia del posto di lavoro, ecc.) e differito (pensione) sulla base del contributo che ciascuno dà allo sviluppo della società, misurato in ore di lavoro.

Con la crescita della ricchezza sociale accumulata, cioè della base tecnico-materiale della società, con l’estensione dei rapporti socialisti di produzione a tutti i settori e livelli dell’economia, con la definitiva trasformazione della proprietà cooperativa e collettiva in proprietà sociale e con il progressivo superamento dei rapporti di scambio basati sulla merce e sul denaro, il principio generale della distribuzione evolverà in: “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Poiché ogni individuo può avere bisogni diversi da quelli di un altro, questo principio costituisce la negazione dell’appiattimento, in quanto afferma l’uguaglianza nel riconoscimento della diversità delle personalità e dei bisogni. È, questo, il principio generale della distribuzione della società comunista, la società dell’uguaglianza e della libertà vere per cui combattiamo, nella quale l’uomo, finalmente libero dallo sfruttamento, dal bisogno, dall’ignoranza e dalla superstizione, diventerà padrone del proprio destino e uscirà dalla propria preistoria.

CONCLUSIONI

Il Programma del Fronte Comunista è modificabile esclusivamente dal Congresso Nazionale o da una maggioranza qualificata, pari ai due terzi del Comitato Centrale, con ulteriori elaborazioni, arricchimenti e correzioni, dettati dall’evolvere reale della lotta di classe a livello nazionale e internazionale.

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