Cari compagni,
la questione dell’organizzazione del Partito nei luoghi di lavoro e nei quartieri operai riguarda direttamente il carattere del Partito Comunista come avanguardia organizzata della classe operaia. Affrontare questo tema significa affrontare un aspetto decisivo della strategia rivoluzionaria: il rapporto organico tra il Partito e le masse lavoratrici.
Nel Che fare?, Lenin individuò con precisione i pericoli dell’economicismo e dello spontaneismo, affermando la necessità di un’organizzazione disciplinata e radicata, capace di portare la coscienza politica alle masse lavoratrici dall’esterno. La cellula di fabbrica e la sezione di quartiere non sono strutture burocratiche, ma gli strumenti materiali attraverso cui il Partito può connettersi alla classe operaia. Questa intuizione fondamentale non ha perso nulla della sua attualità. Al contrario, nella fase attuale del capitalismo, segnata dalla frammentazione del lavoro, dalla diffusione del lavoro precario e dalla crisi dei corpi intermedi, il radicamento del Partito nei luoghi di lavoro e nei quartieri operai diventa ancora più urgente e strategico.
L’unità organizzativa di base del Partito Comunista è la cellula nel luogo di lavoro: la fabbrica, il cantiere, la scuola, l’ospedale, e così via. Questa è la lezione del leninismo, confermata dall’esperienza storica dei partiti comunisti di tutto il mondo.
La cellula nei luoghi di produzione svolge funzioni che nessun’altra forma organizzativa può sostituire:
— Collega le lotte immediate, per i salari, per le condizioni di lavoro, per la sicurezza, a una prospettiva politica più ampia, impedendo che il conflitto di classe resti confinato nel quadro ristretto del sindacalismo.
— Forma i militanti sul terreno concreto dei rapporti di classe, dove lo sfruttamento si manifesta nella sua forma più diretta e verificabile.
— Consente al Partito di essere presente proprio nel luogo in cui i lavoratori vivono quotidianamente la loro condizione di produttori e di esseri umani sfruttati.
— Costruisce fiducia reciproca tra i lavoratori e tra questi e i comunisti, condizione preliminare di ogni forma di organizzazione collettiva.
— Permette un’interazione più stretta ed efficace con l’attività sindacale, orientandola in senso chiaramente anticapitalista e contrastando riformismo ed economicismo.
Il Partito Comunista d’Italia (poi PCI), nella sua fase iniziale, dagli anni Venti alla Resistenza e al secondo dopoguerra, fondò la propria forza proprio sulla diffusione capillare delle cellule di fabbrica. Nelle grandi concentrazioni operaie del cosiddetto triangolo industriale (Milano, Genova, Torino), ma anche nei centri manifatturieri dell’Italia centrale e nelle campagne del Mezzogiorno, la cellula era il nucleo vitale del Partito. Furono le cellule di fabbrica a mantenere in vita il Partito Comunista nella clandestinità durante il regime fascista. Furono ancora le cellule comuniste di fabbrica a rendere possibili i grandi scioperi operai del 1943 durante la lotta di liberazione.
Tuttavia, il processo politico avviato dal XIII Congresso del Partito Comunista italiano nel 1972, e successivamente dalla linea del compromesso storico e dell’eurocomunismo sotto la direzione di Berlinguer, avviò una graduale liquidazione della cellula di fabbrica come nucleo fondamentale dell’organizzazione del Partito. Questo processo produsse un mutamento nella composizione di classe del Partito, una trasformazione profonda e irreversibile: il Partito Comunista italiano, un tempo radicato sia nelle fabbriche sia nei quartieri, si trasformò in un’organizzazione elettoralista, la cui principale preoccupazione divenne la ricerca del più ampio consenso elettorale possibile. La progressiva diluizione della componente operaia nelle strutture territoriali e il parallelo rafforzamento dell’influenza piccolo-borghese e intellettuale sull’apparato di partito resero questa trasformazione organica.
Il Partito cessò di essere l’avanguardia rivoluzionaria della classe operaia e divenne parte integrante del sistema parlamentare borghese, caratterizzato da eclettismo ideologico e da un orientamento politico interclassista.
Marx, Engels e Lenin avevano compreso che la classe operaia non acquisisce spontaneamente la piena coscienza della propria funzione storica. Trasformare la classe operaia da “classe in sé” a “classe per sé” richiede uno sforzo politico e ideologico sistematico da parte dei comunisti. La cellula di fabbrica è lo strumento principale per questo compito. Non basta che i lavoratori siano sfruttati affinché si trasformino in rivoluzionari. Essi devono comprendere le leggi dello sviluppo capitalistico, i meccanismi della divisione internazionale del lavoro e la natura dello sfruttamento. Le cellule di partito portano alla classe operaia la coscienza del proprio ruolo storico come classe che, liberando se stessa, libera l’intera società dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Accanto alla cellula di fabbrica, le sezioni territoriali di quartiere costituiscono una struttura organizzativa fondamentale.
La sezione non è semplicemente un luogo di propaganda: è un centro di vita politica e sociale per la comunità operaia.
Il quartiere operaio non è soltanto un luogo di riproduzione della forza-lavoro, ma anche uno spazio in cui si concentrano contraddizioni sociali diverse da quella tra capitale e lavoro salariato: casa, servizi, scuola, sanità, tempo libero. Le lotte sul territorio, per la casa, contro gli sfratti, per il trasporto pubblico, per le strutture sanitarie, sono a tutti gli effetti parte integrante della lotta di classe, anche se si svolgono fuori dalla fabbrica.
La sezione comunista di quartiere deve essere in grado di intercettare queste esigenze, organizzarle e dar loro un contenuto politico. Deve essere il luogo in cui lavoratori, pensionati, casalinghe, giovani disoccupati trovano non solo ascolto, ma anche strumenti di lotta collettiva.
La sezione di Partito è anche un presidio sociale contro la criminalità organizzata. Il ruolo svolto dalle sezioni comuniste nel Mezzogiorno nella lotta contro la criminalità organizzata merita particolare attenzione.
In vaste aree del Sud Italia, organizzazioni criminali come la Camorra, la Mafia e la ’Ndrangheta hanno storicamente svolto un ruolo complementare a quello dello Stato borghese nel controllo del territorio, nello sfruttamento del proletariato locale e nel contrasto al movimento operaio e ai comunisti attraverso il terrore e la violenza, in un contesto di intreccio, se non di identità, tra la classe dominante, i suoi rappresentanti politici e la criminalità organizzata. Le mafie rappresentano uno strumento attraverso cui la borghesia realizza in forma illegale il proprio dominio economico e politico, garantendo al tempo stesso subordinazione sociale e obbedienza. Godono di un certo consenso popolare, poiché sembrano attenuare gli effetti della disoccupazione di massa elargendo favori e dispensando una “giustizia” sommaria più rapida di quella ufficiale. In realtà, alternando clientelismo e violenza terroristica, creano rapporti di dipendenza e ricatto difficili da spezzare una volta che si è beneficiato dei loro favori. Perpetuano la miseria dei molti e assicurano la ricchezza di pochi. Il loro radicamento è sempre stato proporzionale all’assenza di organizzazioni comuniste di base, poiché prosperano sull’isolamento e sulla dipendenza individuale.

I comunisti siciliani, che negli anni Quaranta e Cinquanta guidarono i braccianti organizzando occupazioni delle terre e la lotta per la riforma agraria, pagando con la vita di decine di militanti assassinati dalla mafia al servizio dei latifondisti, erano pienamente consapevoli dell’importanza delle sezioni territoriali e, per questo, le difesero anche con le armi. Fu la più grande sfida popolare al dominio mafioso nel dopoguerra. Figure come Placido Rizzotto a Corleone e Pio La Torre a Palermo incarnano questo intreccio inscindibile tra organizzazione comunista, lotta di classe e resistenza alla criminalità organizzata, che è sempre al servizio della borghesia.
Le sezioni del PCI nei quartieri operai e popolari del Mezzogiorno erano spazi fisici aperti ogni giorno, dove il dibattito politico e l’organizzazione della resistenza di classe si intrecciavano con la ricerca di soluzioni a problemi immediati, creando momenti di vita collettiva e solidale che impedivano l’infiltrazione della criminalità organizzata in quei quartieri.
Le sezioni comuniste non erano solo luoghi di attività politica, ma anche spazi di socialità, alfabetizzazione, doposcuola, e di supporto sindacale, legale e politico contro il dominio criminale e clientelare, offrendo spesso ai lavoratori risposte concrete ai loro bisogni materiali.
Questi esempi dimostrano che la criminalità organizzata non è una patologia culturale o un residuo del passato, ma una forma di accumulazione primitiva del capitale che prospera dove i lavoratori non dispongono di un’organizzazione di classe rivoluzionaria. Il Partito Comunista radicato nel territorio è stato, e deve tornare a essere, il più efficace antidoto a questo fenomeno.
In sintesi, le organizzazioni comuniste di base, cellule di fabbrica e sezioni territoriali, hanno il compito di facilitare il rapporto dei militanti con la classe operaia e le masse popolari, diffondere tra esse la linea ideologica e politica del Partito e reclutare nuove forze militanti. Devono inoltre essere luoghi di coordinamento, sostegno e riferimento per le lotte nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni educative e nei quartieri. Questa presenza diffusa deve contribuire a trasformare i movimenti spontanei in movimenti politici coscienti e organizzati, alla costruzione dell’egemonia comunista e, più in generale, allo sviluppo della lotta rivoluzionaria.
La dissoluzione dei partiti comunisti di massa nell’Europa occidentale, in seguito alla temporanea vittoria della controrivoluzione nell’Unione Sovietica, ha avuto conseguenze devastanti non solo sul piano politico, ma anche su quello sociale. Nei quartieri operai del Mezzogiorno, la scomparsa delle sezioni comuniste è coincisa con un’espansione senza precedenti della criminalità organizzata.
Non è una coincidenza. Quando la sezione chiude e smette di essere un punto di riferimento per le masse popolari, quando non c’è più chi organizza lavoratori, pensionati e giovani disoccupati, quello spazio sociale viene occupato da altri.
Questo dato deve essere ben presente a tutti i partiti comunisti che oggi si adoperano per rafforzare la propria presenza nel tessuto sociale dei loro paesi. Il radicamento territoriale è una necessità politica e sociale. È anche una responsabilità nei confronti dei ceti popolari, che in assenza di un’organizzazione comunista restano esposti al dominio del mercato e allo spietato sfruttamento capitalistico.
Da ciò derivano compiti concreti che i partiti comunisti devono affrontare oggi sul piano organizzativo:
— Ricostituire le cellule nei luoghi di lavoro come unità di base, con compiti politici precisi: non solo sindacali, ma di formazione, agitazione e costruzione della coscienza di classe.
— Sviluppare la presenza comunista nei luoghi di lavoro precari e frammentati, come la logistica, il commercio e la gig economy, dove lo sfruttamento è più intenso e l’organizzazione più difficile.
— Coordinare le lotte nei luoghi di lavoro con la più ampia prospettiva politica rivoluzionaria, evitando frammentazione e corporativismo.
— Formare quadri operai capaci di collegare le condizioni specifiche del proprio settore alle leggi generali del capitalismo e di diventare un punto di riferimento politico e sindacale per i propri colleghi.
— Aprire sedi permanenti e accessibili, non come semplici uffici elettorali, ma come centri continuativi di attività politica che aggregano militanti e comunità locale, favorendo anche relazioni sociali.
— Svolgere attività formativa (Scuola di Partito), ideologica e politica, a livello di base come condizione della qualità e della solidità organizzativa, anche per formare quadri capaci di collegare le lotte locali alle dinamiche del capitalismo mondiale in una prospettiva autenticamente internazionalista.
— Unire teoria e pratica. La teoria marxista-leninista deve essere applicata costantemente per analizzare le contraddizioni concrete che i militanti affrontano nell’azione quotidiana e individuare soluzioni che rafforzino le posizioni dei comunisti nella prospettiva della rivoluzione proletaria.
All’interno del movimento comunista internazionale, i concetti opposti di partito di quadri e partito di massa sono spesso oggetto di dibattito. Il contrasto è reale, ma non deve diventare una falsa alternativa che paralizza l’azione. Lenin concepiva un’avanguardia organizzata e disciplinata come nucleo dirigente, ma saldamente legata alla classe operaia e alle masse popolari. Si tratta di costruire un partito di quadri con un ampio sostegno di massa, radicato nei luoghi di lavoro e nei quartieri, composto da migliaia di militanti attivi e formati, che faccia della lotta per il rovesciamento del capitalismo e l’instaurazione della dittatura del proletariato il terreno della propria lotta quotidiana.
Ciò è possibile solo lavorando seriamente sull’organizzazione di base, costruendo cellule nei luoghi di lavoro e sezioni di quartiere capaci di sviluppare una rete di centri di aggregazione politica e sociale, attrarre gli elementi proletari e popolari, formarli ideologicamente e indirizzarli verso una militanza politica attiva nelle file comuniste. Senza questa base, ogni strategia politica resta sospesa nel vuoto.
Compagni, costituire una cellula in una fabbrica o una sezione in un quartiere operaio è un atto politico di primaria importanza, che incide direttamente sul rapporto tra il Partito e la classe operaia. I partiti comunisti che hanno saputo radicarsi nella classe operaia ed essere presenti nella vita quotidiana degli strati popolari hanno cambiato la storia. La sfida che ci troviamo ad affrontare oggi, in un contesto di grandi difficoltà per il movimento comunista internazionale, è rilanciare questa eredità, adattarla alle condizioni concrete del presente e, su questa base, ricostruire la nostra capacità di essere l’avanguardia organizzata della classe operaia non a parole, ma nei fatti.
Pietro Secchia, importante dirigente comunista italiano, sosteneva che per ogni campanile dovesse esserci una sezione comunista. Aveva ragione, perché le organizzazioni di base del Partito sono lo strumento del radicamento comunista nei luoghi di lavoro e nelle comunità locali. Ogni cellula che si costituisce è un passo verso il mondo nuovo che vogliamo costruire. Ogni sezione che si apre è una sfida al dominio del capitale.







