Dall’11 al 16 ottobre il Centro Internazionale Loris Malaguzzi di Reggio Emilia ha ospitato un corso di formazione di Reggio Children per una delegazione di educatori di scuole ebraiche statunitensi e israeliane, organizzata dalla rete Paradigm Project. Non si tratta di scuole qualsiasi. Tra gli istituti coinvolti ci sono scuole che negli anni hanno promosso iniziative a sostegno dell’esercito israeliano, e la rete organizzatrice condivide diversi finanziatori con l’associazione statunitense Friends of the IDF. La domanda che abbiamo posto alla città è semplice: che rapporto può esistere tra la pedagogia di Malaguzzi e chi, nei fatti, sostiene un genocidio?
Il sistema educativo reggiano nasce nel dopoguerra dall’iniziativa delle madri riunite nell’Unione Donne Italiane e dalle comunità popolari. A Villa Cella gli abitanti costruirono l’Asilo del Popolo con il ricavato della vendita di un carro armato abbandonato dai nazisti e con i mattoni delle case bombardate. Quell’eredità la raccoglie poi il Comune guidato dal PCI, e Malaguzzi ne fa una pedagogia fondata sulla relazione tra bambini, famiglie e insegnanti. Fu lui a scrivere nel 1993: «Nessun bambino può stare bene, se altri bambini soffrono, vicino o lontano da noi». Oggi quel patrimonio è gestito da un sistema a tre gambe (Istituzione comunale, Reggio Children Srl e Fondazione Reggio Children) ed è diventato anche un marchio venduto in tutto il mondo
Il 6 ottobre, con la parola d’ordine «Fuori il sionismo dalla scuola» abbiamo lanciato il presidio davanti al Centro Malaguzzi con lavoratrici e lavoratori, genitori e cittadini che rifiutano la complicità con il genocidio. Oltre duecento genitori hanno firmato un documento presentato a Reggio Children e alle istituzioni per chiedere alle delegazioni in visita di esprimersi pubblicamente in merito al genocidio del popolo palestinese. Il giorno dopo Reggio Children ha chiesto alle delegazioni una presa di distanza esplicita dal governo Netanyahu. Gli educatori statunitensi hanno rinunciato al viaggio, rivendicando apertamente il proprio sionismo. Le insegnanti israeliane sono arrivate e hanno svolto la formazione a porte chiuse, con polizia e Digos dentro e fuori dal Centro.
Le destre, Salvini e il presidente della Comunità ebraica di Milano, che ha evocato metodi da “Terzo Reich”, hanno gridato all’antisemitismo. Respingiamo queste accuse, lanciate in malafede solo per trarre vantaggio dal caos mediatico generato dalla notizia. A nessuno è stato chiesto conto della propria religione o nazionalità, ma della propria posizione sul genocidio in corso in Palestina. Opporsi al sionismo e ai crimini dello Stato di Israele non è antisemitismo: è un gesto indispensabile per chiunque voglia parlare di pace all’interno delle scuole.

Non ci uniamo però al coro di chi oggi difende la giunta. Il PD e Reggio Children fino all’ultimo momento avrebbero lasciato passare tutta la faccenda nel silenzio, si sono mossi solo in seguito alla mobilitazione di genitori, Fronte Comunista, FGC, attivisti e associazioni. In un secondo momento la stessa Giunta è immediatamente tornata sui propri passi, per difendere il proprio tornaconto politico ed economico, dichiarando che è stato “un errore” chiedere alle delegazioni in visita di esprimersi sul genocidio in corso a Gaza. È l’ipocrisia di chi celebra il 25 aprile e manifesta per la pace mentre sostiene il riarmo europeo, invia armi a Kiev e tace sul genocidio palestinese. Ed è la stessa ipocrisia che condanna ogni genocidio in astratto, ma tiene aperte le porte a una rete che condivide i finanziatori con chi raccoglie fondi per l’esercito israeliano. Pecunia non olet.
La vicenda ha mostrato anche altro. La visita è stata decisa altrove, senza coinvolgere le insegnanti e le educatrici che nelle scuole lavorano ogni giorno e che sono il primo punto di contatto con le famiglie. Dietro la vetrina del “modello”, tirata a lucido per la visita della principessa Middleton, ci sono strutture deteriorate sia dal punto di vista pedagogico che da quello economico. Ci sono esternalizzazioni di servizi educativi sempre più spinte, differenze salariali tra dipendenti comunali e lavoratrici in appalto, mancanza di fondi e rapporti numerici tra educatori e bambini sempre più sfavorevoli al livello qualitativo richiesto.
In questo quadro, abbiamo sostenuto il protagonismo di insegnanti e genitori che hanno dimostrato non solo solidarietà alla causa del popolo palestinese ma anche di voler attivamente rifiutare ogni prospettiva di normalizzazione del genocidio del popolo palestinese, chiedendo una presa di posizione chiara agli organizzatori e ai partecipanti del corso.
I lavoratori possono mettere una zeppa negli ingranaggi di guerra e genocidio, come hanno dimostrato i portuali in particolare dallo scorso autunno. E le mobilitazioni degli ultimi anni hanno dimostrato che in Italia esiste tutto un popolo di persone che solidarizza col popolo palestinese e condanna non solo le azioni di Israele ma anche le complicità, a partire da quella dell’Italia – si pensi alle forniture militari o alle licenze acquistate da ENI sui giacimenti al largo di Gaza –, che permettono che il genocidio continui.
Il miglior supporto che possiamo dare alla causa del popolo palestinese è quindi quello di lottare qui contro quegli stessi padroni che in nome del profitto da un lato sostengono le politiche di Israele e dall’altro attaccano le nostre condizioni di vita e di lavoro qui in Italia. Continueremo quindi a lottare per il riconoscimento dello stato di Palestina e il diritto al ritorno dei profughi e per l’interruzione immediata di ogni rapporto militare, commerciale e istituzionale con Israele e la macchina del genocidio anche a livello locale a Reggio Emilia.







