La vittoria netta del NO al referendum è uno schiaffo al governo Meloni. Alla luce di una partecipazione popolare al voto maggiore e in controtendenza rispetto ai precedenti, è un importante segnale di dissenso politico espresso da una fetta di Paese che è più ampia della base di consenso del governo.
A essere respinta alle urne è una riforma costituzionale a cui il governo per primo ha voluto dare centralità, con l’idea di portare a casa un consolidamento in vista delle elezioni politiche e aggiungere un ulteriore tassello al mosaico delle tendenze autoritarie promosse dall’esecutivo.
Viene respinto non solo questo progetto, ma un governo che ha reso l’Italia complice di crimini di genocidio e delle guerre imperialiste.
Esce sconfitto il tentativo di manipolare l’opinione pubblica e l’informazione oltre ogni decenza, con una campagna referendaria fatta di chiamate alle armi dell’elettorato di destra a cui la riforma veniva presentata come “soluzione” ai problemi della giustizia in Italia, equiparando l’opposizione alla riforma alla difesa di criminali e stupratori (e degli immigrati, assimilati automaticamente alle prime due categorie).
Da comunisti non ci facciamo illusioni oltre il dovuto: il nostro “no” non è stato un “no” in difesa dello status quo, dei giudici o della magistratura. La giustizia italiana continua ad essere ingiusta. I tribunali continuano a perpetuare l’ingiustizia, a servire i potenti e a colpire gli oppressi. Il carattere delle istituzioni è inscindibile da quello del sistema di potere nel suo complesso, e non dipende dall’attitudine più o meno positiva dei singoli giudici.
Non è stato un “no” in difesa di una Costituzione, che è già stata da tempo storpiata e modificata, anche senza concederci un referendum, come nel caso dell’introduzione del principio del pareggio di bilancio nel 2012 (nei fatti la prescrizione di una precisa politica economica), votata da tutti i partiti.
È stato un NO a una riforma che puntava a rafforzare il controllo autoritario del governo sulle istituzioni, a indebolire elementi di “contrappeso” a tutto vantaggio di quelle forze – non solo politiche, ma anche economiche – che preferirebbero governare con il pugno di ferro, senza ostacoli sul proprio cammino.

La grande sfida, da domani, sarà legare questo “no”, espresso da una larga parte del popolo italiano, agli altri grandi NO che ampi settori delle masse popolari esprimono oggi contro la guerra, contro i piani di riarmo, contro i sacrifici in nome dell’economia di guerra, contro l’ingiustizia quotidiana che ogni giorno milioni di persone vivono sulla loro pelle.
Dobbiamo impedire che questo “no” rafforzi il centro-sinistra, e con loro le vecchie e nuove illusioni socialdemocratiche, che possono condurre solo in vicoli ciechi.
L’ampia partecipazione popolare al voto, se letta assieme alle grandi mobilitazioni dello scorso autunno e degli scorsi mesi, dimostra che una domanda di alternativa politica esiste, ma non trova ancora uno sbocco. Si esprime chiaramente contro il governo nel referendum, ma non si mobilita elettoralmente a favore dell’alternanza nell’amministrazione capitalistica con il centro-sinistra.
Al centro della nostra lotta c’è lo sforzo per costruire in Italia questa alternativa e ridare alla classe operaia un partito comunista forte, credibile, moderno e organizzato. Senza questa forza ogni vittoria, come quella di oggi, sarà effimera e priva di prospettiva.
«Non c’è vittoria, non c’è conquista, senza un grande partito comunista».







