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Leonardo in Umbria: verso l’economia di guerra

Comunicato congiunto federazioni umbre del FC e FGC

di Fronte Comunista
18/12/2025
in Federazioni Locali
Home Federazioni Locali

I timidi, timidissimi mugolii dell’amministrazione regionale durante le proteste pro-Palestina degli ultimi mesi, insieme al silenzio assoluto sul tema del riarmo, trovano oggi una motivazione e un chiarimento difficilmente equivocabili. La presentazione in pompa magna a Palazzo Donini, con Presidente e Assessore in prima fila, del progetto di collaborazione tra alcune aziende umbre e Leonardo, colosso dell’industria della difesa, restituisce l’immagine di una Regione pienamente impegnata nello sforzo produttivo che accompagna il riarmo europeo e i nuovi scenari di guerra permanente.

La stringata postilla con cui si richiama sbrigativamente un presunto utilizzo “civile” della componentistica per elicotteri non rassicura affatto. Al contrario, la leadership del programma affidata a Leonardo — azienda che sta investendo in modo massiccio nella produzione di armamenti e sistemi d’arma — segnala la penetrazione, anche in Umbria, di una filiera che individua nel riarmo e nella produzione funzionale alla guerra, uno dei pochi ambiti ritenuti oggi degni di investimento, rifugio industriale di fronte alla crisi profonda che attraversa il Paese e l’intera, fragile architettura europea.

L’accordo siglato in Umbria non riguarda la produzione diretta di armi, ma la fornitura di componentistica e lavorazioni definite “civili” — cuscinetti, tenute meccaniche, semilavorati per piattaforme aeronautiche. Tuttavia questa distinzione formale non scioglie il nodo politico e industriale della questione. Tali produzioni si collocano infatti all’interno di una filiera integrata, guidata da un gruppo il cui core business è ormai strettamente legato alla difesa e al riarmo. Anche quando presentata come a uso civile o a “doppio impiego”, questa produzione contribuisce materialmente al funzionamento complessivo di un sistema industriale che ha come sbocco principale l’apparato militare. La filiera non è neutra: senza i suoi segmenti apparentemente innocui, l’intero meccanismo non potrebbe reggere.

È in questo quadro che assume particolare rilevanza la recente presentazione, alla Camera dei Deputati, del dossier curato da Rossana De Simone insieme a BDS Italia. Il rapporto ricostruisce in modo puntuale il ruolo di Leonardo S.p.A. all’interno del complesso militare-industriale italiano ed europeo e le sue relazioni strutturate con l’industria bellica israeliana, evidenziando collaborazioni, trasferimenti di know-how e responsabilità che rafforzano un sistema di guerra permanente volto alla violazione del diritto internazionale.

Alla luce di queste analisi, il coinvolgimento del tessuto produttivo umbro non può essere liquidato come marginale o indiretto. Come ricostruito anche da Umbria24, l’ingresso delle aziende locali nel programma di collaborazione con Leonardo viene presentato come un’opportunità di sviluppo e di resilienza economica in una fase di crisi. Ma è proprio questa dinamica a rendere il passaggio particolarmente delicato: settori civili in difficoltà vengono progressivamente assorbiti in filiere militari, trasformando il riarmo in una delle poche prospettive industriali praticabili.

Si tratta di una scelta tutt’altro che tecnica. È una scelta politica, che normalizza l’idea secondo cui la sopravvivenza economica di un territorio possa e debba dipendere dalla guerra e dalla sua preparazione. Una scelta che vincola il futuro produttivo dell’Umbria a un modello di sviluppo fondato sulla militarizzazione e sulla subordinazione dell’economia civile alle esigenze del complesso militare-industriale. La risposta alle molteplici crisi dei distretti produttivi locali e al progressivo smantellamento del tessuto manifatturiero e industriale, non può essere una semplice e semplicistica rincorsa alle politiche di riarmo e di difesa. Solo nel 2024 il settore manifatturiero, in Umbria, ha fatto registrare una contrazione superiore all’8%, la peggiore a livello nazionale. In questo scenario, in assenza di pianificazione alternativa, anche la crisi strutturale delle acciaierie ternane, rischia di avere un unico sbocco possibile, ossia il coinvolgimento nel processo suddetto, ma con volumi produttivi, per evidente necessità, su scala enormemente maggiore.

Questa scelta politica si trasformerà, giocoforza, in una leva ricattatoria nei confronti dei lavoratori, che non potranno mettere in discussione le produzioni belliche, dal momento che rappresenteranno l’unica alternativa (forzosa) alla cassa integrazione, alla mobilità e ai licenziamenti di massa. Su questo notiamo una mobilitazione ambigua a livello sindacale confederale: lo sciopero generale della CGIL del 12/12 ha sì coinvolto e portato in piazza i lavoratori umbri contro il riarmo, ma non si è fatto alcun riferimento, negli interventi, alla capacità concreta dei lavoratori organizzati di imporre lo stop alle produzioni di armi nei siti produttivi designati per la collaborazione con Leonardo; nella migliore delle ipotesi, ciò è dovuto all’esclusione dei sindacati non filogovernativi dai tavoli di discussione politici regionali, in modo tale da metterli davanti al fatto compiuto all’avvio delle linee.

La Giunta regionale è dunque chiamata a rispondere, senza ambiguità: intende assumersi la responsabilità politica di legare il futuro produttivo dell’Umbria alle filiere del riarmo e dell’industria bellica? È questa l’idea di sviluppo che si vuole offrire a un territorio in crisi, trasformandolo in un ingranaggio – seppur “civile” e apparentemente neutro – di un sistema che trae profitto dalla guerra e dalla sua preparazione? Oppure si è disposti a mettere in discussione queste scelte, rompendo il silenzio e indicando una strada alternativa fondata sulla riconversione, sulla partecipazione dei lavoratori alle scelte di politica aziendale, sulla pace e su un’economia che non prosperi sulla distruzione?

Il Fronte Comunista e il Fronte della Gioventù Comunista provvederanno a vigilare sugli sviluppi di una situazione che rischia di condizionare l’economia umbra in maniera irreversibile, irreggimentandola in uno schema di produzione imposto dal comparto militar-industriale e mosso da capitali immensi, davanti a cui non ci sarebbe istituzione (ove interessata e non asservita e collusa) in grado di tenere la posizione.

Nel frattempo, rilanciamo come unica alternativa alla conversione forzosa all’economia di guerra la vigilanza e la mobilitazione organizzata dei lavoratori e delle lavoratrici, per impedire che il loro lavoro sia strumento nelle mani di chi vuole portare al macello della guerra imperialista le masse popolari umbre e italiane. Va inoltre ricostruita la forza politica necessaria a resistere e rispondere all’attacco dei monopoli finanziari che soffiano sui venti di guerra: un moderno ed efficace Partito Comunista all’avanguardia della classe operaia.

Tag: Fronte Comunistafronte della gioventù comunistaguerraimperialismoleonardoUmbria
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